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domenica, marzo 27, 2011

Lo abbiamo fatto un'altra volta!


Qualche anno fa abbiamo preso il titolo di un convegno e lo abbiamo trasformato in una entità indefinita e inesistente: WEB 2.0.

Un nome omnibus per indicare qualsiasi cosa avesse a che fare con la rete, nessuno in realtà ne ha mai dato una definizione chiara, ma solo elenchi di cose assolutamente disomogenee che andavano dalla partecipazione dal basso alla grafica, del mashup al social.  Una notevole confusione che ha fatto, come sempre, il gioco dei guru delle tecnologie.

In realtà un identico fenomeno, con portata diversa perché allora l'interesse per le tecnologie era meno diffuso, si era già presentato almeno altre volte quando per esempio tutto veniva visto in chiave di oggetti e, successivamente, di client-server.

La parola magica di oggi è "cloud".

Anche questa volta la stiamo usando come definizione di una serie di cose molto diverse tra di loro.

Rischiamo infatti di mettere insieme cose piuttosto diverse come i servizi IT offerti con lo stesso modello con il quale  si offrono la luce, il gas e il telefono nelle case, i "managed services" come per esempio i servizi antivirus offerti come servizio in rete e la filosofia SAAS (Software as a service) con tutta una serie di possibili accezioni.  Ci sono le applicazioni offerte in rete, Google DOC in testa, gli aggregatori di informazioni per esempio RSS, gli Web Services che offrono per esempio un set di API e infine il paradigma Platform as a service che offre un ambiente di sviluppo on line.

In realtà ci troviamo semplicemente davanti a una serie di evoluzioni di concetti e paradigmi diversi che stanno traendo beneficio della terza onda di evoluzione delle tecnologie informatiche: la prima onda fu quella della disponibilità di memoria (RAM e di massa) praticamente illimitata a prezzi marginali, la seconda quella della potenza di calcolo locale senza praticamente limiti e a costi marginali (e questo ha dato luogo al fenomeno client-server) e la terza la disponibilità di banda praticamente infinita a corsi marginali.  

Molte tecnologie e applicazioni traggono beneficio da queste ondate, forse cercare di metterle tutti insieme, sotto lo stesso nome come se fossero un unico fenomeno non ne aiuta la comprensione.

In realtà tra l'altro l'idea è tutt'altro che nuova.

Nel 1969, dopo la prima onda tecnologica, quella della memoria, io usavo GEIS (General Electric Information Services) che aveva moltissime delle caratteristiche che oggi mettiamo nel calderone cloud: metteva a disposizione spazio e potenza di calcolo pagati in base all'effettivo uso, offriva ambienti di sviluppo Fortran e Basic, era possibile caricare il proprio software e farlo girare in remoto, offriva servizi per esempio di tipo matematico e statistico da integrare con le proprie applicazioni...   Il problema era il costo e la scarsità della banda, poi venne la potenza di calcolo locale dei personal e la cosa venne abbandonata, ma l'idea era buona e lo dimostra proprio il cloud di oggi.

Personalmente penso che questo tipo di applicazioni crescerà, ma non sarà un salto quantico sconvolgente, sarà una aggiunta progressiva a molti campi applicativi, ma di certo non a tutti.  In altre parole è una delle tante opportunità per chi disegna, realizza e offre sistemi.

Personalmente penso che sarebbe bene differenziare meglio le cose evitando di cominciare a chiamare cloud qualsiasi cosa funzioni attaccata alla rete perché a pensarci bene gli web server sono sempre stati un servizio remoto e di conseguenza potremmo dire che la rete è cloud fin dal primo giorno.

O no?

domenica, gennaio 23, 2011

Cloud computing: a volte tornano!


Nel 1966 misi per la prima volta le mani su un Personal Computer.

L'Olivetti aveva lanciato il Programma 101 che è stata in buona sostanza la prima macchina programmabile per uso personale.   Aveva una stampante, una tastiera e poteva registrare programmi e dati su schede magnetiche più o meno della dimensione di una scheda perforata.

La macchina era semplice, la ram (magnetostrittiva, 10 registri di 11 cifre) pochissimi, era lenta, ma ci ho scritto programmi anche molto complessi.

Costava una fortuna (io ebbi l'occasione di usare quella che Olivetti regalò al Politecnico e che veniva snobbata perché allora tutta la attenzione era perle macchine grandi) ed ebbe una fortuna relativamente modesta (44000 i pezzi venduti a più di tremila dollari) perché troppo avanti rispetto ai tempi, ma è certamente un importante cosa da non dimenticare.

Ieri, leggendo della realizzazione di un documentario sulla "Perottina" (dal nome del progettista, l'amico Pier Giorgio Perotto prematuramente scomparso una decina di anni fa), pensavo alla storia del computer personale, al cloud computing e a quelli che dicono che di fatto stiamo tornando indietro andando a riprendere le architetture dei vecchi sistemi centrali.

Perché sono nati i PC?

All'inizio c'erano i sistemi centrali, qualcuno li chiamava mainframe, e per eseguire i programmi si andava al centro di calcolo dove si perforavano pacchi di schede di cartoncino, si consegnava tutto all'operatore e si tornava dopo qualche ora a cercare nel tuo ripiano dello scaffale le schede e la stampa dei risultati.

Poi vennero i terminali: costosi e lenti, ma sempre meglio che doversi muovere per andare al centro di calcolo e l'interazione offriva possibilità di controllo più vaste di quanto non offrissero le operazioni in batch.

Questa è la situazione che vide nascere i PC: la potenza di calcolo che si trasferiva piano piano dal sistema centrale alla macchina locale che ancora poco sapeva comunicare con l'esterno, la maggior parte degli utenti di PC si trasferiva programmi e dati attraverso gli oramai scomparsi dischetti.

Nel frattempo era nata la rete di fatto riservata a militari e università che poi si espanse e aumentò in  modo sostanziale la sua velocità.

Le cose sono poi evolute come le conosciamo oggi in una situazione nella quale per motivi esclusivamente storici viviamo un modello ibrido: macchine molto potenti, connessione ovunque, ad alta velocità e a costi marginali, memoria locale e remota a costi che sono una frazione di quelli ai quali eravamo abituati in passato.

A questo punto mi chiedo: se il PC nascesse oggi come lo progetteremmo?

Io credo che penseremmo ad una scatola capace di contenere un browser, capace di parlare con varie periferiche e di collegarsi in rete: nulla di più!

Tutte le applicazioni sarebbero centralizzate, un po' come succede oggi con Google Documenti.

Una delle accezioni (purtroppo numerose) del termine cloud computing potrebbe essere il paradigma vincente...

o no?

roberto

PS In realtà il modello non è per nulla nuovo: negli anni settanta era disponibile GEIS (General Electric Information Services).  Si installava una connessione dati e un terminale e tutto il software, come per esempio word processor e compilatori, giravano nel sistema centrale pilotati dal terminale remoto: del cloud compiting mancava solo il nome...

Qualche esperimento...