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martedì, novembre 24, 2009

Carta Etica Digitale Italiana, qualche dubbio...



 Da qualche tempo gira in rete un codice etico che a me lascia qualche dubbio sia in relazione alla sua utilità e opportunità, sia nella sostanza di alcuni degli articoli.

Francamente io penso che la rete, che altro non è che uno strumento di comunicazione e di accumulo di sapere, non abbia bisogno di un codice etico speciale, in rete dovrebbero valere l'etica e le leggi che già ci sono e che regolano la civile convivenza.

Leggendo il codice proposto la prima domanda che viene spontanea è: chi aderisce?

Un codice etico come lo definisce Wikipedia "Il termine codice etico, definisce in sintesi quell'insieme di principi di condotta che rispecchia, in riferimento a un determinato contesto culturale, sociale o professionale, particolari criteri di adeguatezza e opportunità."

Sottoscrivendo il codice ci si impegna a rispettarlo, ma leggendo il codice proposto si trovano articoli che dovrebbero essere sottoscritti da utenti, articoli che regolano il comportamento di fornitori di servizi e addirittura articoli che si riferiscono a governi.

Riporto qui di seguito gli articoli che non ho capito.
Art.4 (Rispetto)
Chiunque nell’utilizzo di Internet e’ chiamato al rispetto della risorsa tecnologica nell’interesse proprio e della collettività.
Cosa vuole dire rispettare una risorsa tecnologica? Non spammare? Non spedire file troppo grandi in modo da non intasarla?

Stupisce un codice etico dove ci si impegna a rispettare una tecnologia, ma non si dice nulla del rispetto che si deve portare alle persone.
Art.5 (Verifica)
Chiunque nella diffusione di informazioni deve accertare e verificare, prima delle divulgazione delle stesse, la veridicità della fonte.
 In rete io sono libero di raccontare la prima cosa che mi viene in mente, a patto che non sia lesiva della libertà e dei diritti di qualcun altro.  Posso benissimo raccontare bugie esattamente come posso fare al bar con gli amici.  Che senso ha impormi il controllo delle fonti?

Voglio fare un filmato che dimostri che questa mattina sono passati due asini volanti qui in corso Buenos Aires?  Sono liberissimo di farlo, il controllo delle fonti sarà un problema del giornalista che riprende la notizia, lui si è tenuto al controllo delle fonti!
Art.7 (Anonimato)
Chiunque può ricorrere a sistemi di anonimizzazione etica qualora il Governo del proprio Paese ponga in atto azioni lesive verso i diritti e le libertà fondamentali dell’uomo.
 Questa è la fiera della ingenuità.  Un governo canaglia che pone in atto azioni lesive dei diritti dei propri cittadini secondo voi sottoscriverà mai un codice etico?

Questo articolo è anche molto pericoloso perché pone le basi alla apertura a un anonimato anche nei confronti della autorità giudiziaria che è l'ultima cosa della quale la rete ha bisogno.
Art.8 (Compilazione)
Chiunque scrive ed esegue un codice o un algoritmo informatico deve rispettare i diritti personali e patrimoniali altrui.
 A parte l'uso misterioso del termine "compilazione" cosa diavolo vuole dire "scrive ed esegue codice o un algoritmo informatico"?

Dunque il codice è sempre l'espressione di un algoritmo (algoritmo informatico non vuole dire nulla) che trasformato in programma viene eseguito e da luogo, per esempio, a un servizio.

Proporrei di sostituire la cosa con "chiunque eroga un servizio in rete".

Compilazione in informatica è l'operazione che trasforma il codice in un programma eseguibile.  Se prendiamo questa accezione stiamo dicendo che la regola vale per i linguaggi compilati e non per quelli interpretati?  In Javascript sono libero di fare quello che voglio, se uso Java sono tenuto a rispettare questo articolo?
Art.9 (Standard)
Chiunque scrive ed esegue un codice o un algoritmo informatico deve porre ogni azione affinchè sia possibile garantire l’interoperabilità dei sistemi.
 Perché mai se realizzo un servizio in rete ne dovrei garantire la interoperabilità, che tra l'altro andrebbe meglio definita?

Se lo voglio posso decidere di fare un servizio blindatissimo che non parla con nessuno: cosa ci sarebbe di non etico in questo? Il servizio è mio e lo realizzo come voglio, sarà nel caso poi il mercato a punirmi se la interoperabilità era un requisito importante.
Art.10 (Gratuità)
Chiunque produce e diffonde liberamente la propria conoscenza non è tenuto alla corresponsione di alcuna tassa o esser sottoposto a vincoli di controllo.
Nessun vincolo di  controllo?  Stiamo scherzando?  La rete come ogni altro strumento di comunicazione deve essere sottoposta ai controlli previsti dalle leggi.


Se passasse l'idea della assenza di controlli potrei mettere in linea un bel sito pedofilo o razzista e nessuno mi dovrebbe dire nulla?


Io non credo serva un codice etico, ma se lo vogliamo fare almeno facciamolo logico, comprensibile e mirato: lo stesso codice di comportamento non può valere per me, per Google e per il Governo perché facciamo cose molto diverse con diverse prerogative.


Aspetto un commento di chi ha proposto il codice...


bob



giovedì, ottobre 11, 2007

Codice etico e osteria...

Ieri sera discutevo con un amico in una bella osteria del centro di Milano (si lo so si chiamano enoteche, ma a me osteria piace di più): davanti a un paio di bicchieri di dolcetto raccontavo della discussione sulla utilità o meno di un codice etico per i blogger.

Ne è venuta fuori una visione che credo calzi con il mio modo di vedere la cosa.

Per sapere se il vino è buono è meglio assaggiarlo o chiedere all'oste notizie sulla sua qualità?

Il codice etico è la versione dell'oste, leggere e giudicare da quello che si trova scritto la posizione di chi, come me, preferisce assaggiare e giudicare da quello che trova nel bicchiere.

bob

PS se qualcuno chiedendo all'oste se il vino fosse buono ha ricevuto una risposta del tipo "No è scadente, io non lo berrei, ma la gente non se ne intende e va bene così!" me lo faccia sapere, a me non è mai successo...

mercoledì, ottobre 10, 2007

Blogger tra neocalvinismo e disarmante ingenuità...

Un post di Mafe su Maestrini per caso ha riscaldato la discussione di qualche mese fa sulla necessità o meno si un codice etico per i blogger. Quello che penso in proposito lo ho detto ha suo tempo e lo ho ripetuto qui, ma la lettura dei commenti e delle reazioni dei blogger mi da l'occasione per qualche considerazione che voglio condividere con voi.

Sembra che molti blogger italiani siano convinti che vendere il proprio blog, nel senso di essere in qualche modo pagati per scriverlo, sia assolutamente disdicevole, Maurizio lo definisce addirittura meretricio. Lasciando perdere il fatto che se c'è una transazione commerciale nella quale le cose sono chiare e lineari è proprio quella e che la posizione mi sembra fastidiosamente maschilista credo francamente che la cosa non abbia un gran senso.

Il confine tra comportamento etico e non etico non è certo il farsi pagare o meno, ma solo farsi influenzare dal denaro che si riceve e pubblicare concetti distorti o non corretti solo per assecondare chi ti paga. Io ho tenuto per anni il blog della rivista PCMagazine e mi accingo a ricominciare, pagato dall'editore, per farlo: il fatto che sia il blog di una rivista è chiaro a tutti come è chiaro a tutti che una rivista è una attività commerciale ragione per cui non vedo cosa ci sia di male se ricevo un compenso per il mio lavoro.

Francamente la repulsione che qualche blogger prova all'idea di essere pagato mi ricorda il film Proposta indecente dove uno smagliante Robert Redford dei tempi migliori offre un milione di dollari a una affascinante Demi Moore solo perché passi una notte con lui.

Un commento di Orientalia4All sul mio post sulla inutilità di un codice etico mi ha fatto riflettere e mi ha sempre più convinto della assoluta inutilità di un simile documento. La nostra amica allarga il concetto di credibilità e di etica e afferma, molto giustamente, che a lei interessa il comportamento della persona nel suo insieme: un blogger bravissimo che poi tutte le sere picchia la moglie non è nel suo target. Di fatto ognuno di noi ha parametri diversi per valutare l'etica di una persona, il problema con il codice etico è che potrebbe non riportare tutti i parametri e che potrebbe non contenere qualche cosa di negativo o addirittura mentire.

In altre parole credere che un blogger pagato per farsi influenzare e presentare in modo occulto messaggi pubblicitari scriva nel suo codice etico per esempio "Sono pagato da Microsoft per scrivere che a quelli che usano Linux puzzano i piedi" è atteggiamento di disarmante candore!

Se introduciamo l'idea del codice etico dovremmo anche creare un organismo che lo controlli ed un giurì per dirimere le controversie. Follia...

bob

domenica, ottobre 07, 2007

Non ci serve un codice etico, serve un comportamento etico.

Si è riaccesa la polemica sulla necessità o meno di un codice etico per i blogger, resto del parere che sia del tutto inutile.
Quello che serve non è un codice etico, ma un comportamento etico!

Mafe in un recente post di Maestrini per caso ha sentito l'esigenza di dichiarare in pubblico il suo codice personale di comportamento non solo sul suo blog, ma in genere quando si presenta come persona nota al pubblico per la sue esperienza in rete.

In un primo momento francamente non ho capito bene i motivi di quella esternazione, ma poi leggendo nei commenti Mafe stessa dichiara, mi sembra di ricordare anche se non ho voglia di riscorrere tutti i commenti, di averlo fatto perché qualcuno le ha offerto del denaro per parlare in modo positivo di qualche cosa.

Ebbene se io avessi dovuto scrivere un post sulla mia etica tutte le volte che qualcuno da quando alla fine degli anni settanta collaborai alla nascita di Bit, la prima rivista italiana sulla informatica personale, ha cercato di influenzare quello che scrivevo di codici etici ne avrei dovuti scrivere centinaia.

Pur capendo chi come Mafe sente la esigenza di farlo non credo pubblicherò mai nulla di simile: io penso molto seriamente che l'etica personale più che dichiarata vada praticata.

Scrivo sulla carta stampata da quasi qurantant'anni e francamente non credo che il problema sia essere più o meno coccolati dalle società delle quali si parla, il problema è dimostrare nei fatti che non ci si lascia influenzare da questo, ma si mantiene la capacità di illustrare le cose per come veramente in coscienza si credono giuste e corrette. Personalmente sono stato spesso ospite negli ultimi anni di Microsoft a Redmond e quando ho bisogno un pacchetto lo chiedo all'ufficio stampa, ma questo non mi ha mai impedito di dare giudizi negativi, quando lo ritenevo giusto, sui prodotti di Bill.

Ben altri sono i comportamenti non etici. Tanto per fare un esempio qualche volta si trovano in giro articoli scritti da qualcuno che parla di iniziative nella quali è coinvolto come imprenditore, ma si dimentica di dirlo.

La moda del Codice etico è da qualche tempo scoppiata nelle aziende per motivi che credo siano molto meno nobili di quanto si possa credere. Ho lavorato per trent'anni dando le regole etiche per scontate, il fatto di scriverle, di renderle pubbliche e di farle spesso firmare ai propri dipendenti è il non permettere, in caso di contestazioni, ai propri dipendenti di tirarsi fuori affermando che non sapeva che quel determinato comportamento potesse essere censurabile.

Credo che la lettura dei commenti al post di Mafe sia interessante a patto di depurarla dagli attacchi un poco sterili che hanno tutto il sapore di essere mossi da un certo livello di invidia nei confronti di chi sulla rete ha avuto successo. Fabio, inossidabile polemista, muove attacchi un po' strani: sembra che per lui sia un grande problema se a un convegno chi parla di rete è un radiologo, personalmente tendo a considerare molto più importante giudicare quello che uno dice senza dare troppa importanza a titoli accademici e nobiliari!

Sembra ci sia una diffusa avversione per i blogger che ricevono un compenso per il loro lavoro, la cosa è molto strana perché nessuno si straccia le vesti perché un giornalista viene pagato. Personalmente sto per riprendere, dopo il cambio di editore, ad occuparmi del blog della rivista PCMagazine cosa per la quale riceverò un compenso: la cosa mi sembra logica visto che si tratta del blog di una impresa commerciale con tanto di pubblicità e l'etica del mio comportamento non si sposterò di un millimetro da quella che uso nel mio blog personale.

Maurizio è fortemente convinto che serva un codice etico, rispetto la sua convinzione, ma leggendo quello che scrive:
La reputazione è un asset molto importante e come tale deve essere alimentata e salvagaurdata, soprattutto per chi utilizza il proprio blog come strumento relazionale e per comunicare i propri valori professionali.
mi viene spontaneo chiedere come mai consideri il codice etico importante soprattutto per chi utilizza il blog a fini professionali: francamente tra un blog professionale e un blog sulle migliori ricette per la cucina della trippa non vedo alcuna differenza per quanto attiene ai doveri etici!

Credo si sia fatta anche una certa confusione tra l'accezione dei termini "condividere" e "rendere pubblico"
Si me lo devi spiegare. Condiviso vuol dire reso pubblico, messo a disposizione, è ovvio che rimane sempre personale.
In questo caso la differenza è enorme: rendere pubblico vuole dire che lo faccio conoscere a tutti, se due blog condividono un codice etico vuole dire che usano lo stesso codice.

Il Mein Kampf di Hitler è un volume i cui contenuti sono stati resi pubblici, da qui a condividerli per fortuna ce ne passa!

bob

Qualche esperimento...