domenica, gennaio 06, 2013

Social, i veri numeri.


Molto anni fa aiutai Atari a passare, sul mercato italiano, dai videogiochi ai personal che erano veramente molto belli ed innovativi.

In occasione del Comdex, credo del 1980, a Las Vegas ebbi la occasione di partecipare a una riunione interna dei distributori di mezzo mondo tenuta dalla dirigenza della Warner Brothers che aveva nel 1976 rilevato la azienda per la bella cifra di 32 milioni di dollari.

Una delle presentazioni venne fatta da una società di consulenza di marketing e mi è rimasta impressa tutta la vita ed è stato un grande aiuto per alcune delle mie scelte professionali.

In buona sostanza si evidenziava il problema di una società che vendesse film, video giochi e personal computer (usati allora prevalentemente per scopi ludici) di farsi concorrenza interna per accaparrarsi una risorsa limitata per definizione: il tempo libero dell'utente.

Il tempo è una strana bestia, una quarta dimensione che ha la caratteristica, almeno alle velocità alle quali viviamo sulla terra, di essere inarrestabile e di muoversi con velocità costante.

Pensavo a quella oramai lontana, ma sempre incisiva, conferenza ascoltando alla radio una serie di dichiarazioni fatte dai nostri politici in questa campagna elettorale che sembra sempre più in qualche modo legata ai social media.

I guru del social spesso sembrano pensare che grazie al meccanismo usato si possa entrare in contatto con un numero virtualmente infinito di soggetti, mettono in curriculum il numero di amici (e spesso non mettono cose importantissime come il titolo di studio) e sono spesso migliaia e migliaia e vantano contatti frequenti.  In realtà basta fare due conti per capire come si tratti di una panzana perché anche loro inevitabilmente vanno a cozzare contro il limite del loro tempo.  L'illusione è la stessa che potrebbe avere uno sprovveduto pensando che dopo avere imparati l'Hindi potrà atterrare a New Delhi e avere contatti con un miliardo e duecentomila persone.  In realtà le probabilità di conoscenza sono le stesse che avrebbero imparando il Finlandese ed atterrando in un paese da cinque milioni di persone perché comunque non avrà il tempo fisico di conoscerle e frequentarle tutte.

Pensiamo a una persona che abbia amici in Facebook e contatti su Twitter, immaginiamo che ci metta un minuto a pensare e a scrivere un post o un tweet e un minuto a leggere qualche cosa scritto da un altro, ragionarci e rispondere.

In un'ora di accesso esclusivo ai social potrà contattare al massimo 60 persone, meno perché la maggior parte delle interazioni sono ping pong di domande e risposte.

In realtà il tempo passato in rete è mediamente molto meno!


Questa interessante e recente statistica ci dice che in media l'utente passa sui social qualche cosa come sette ore la settimana.  Si tratta del mercato statunitense, probabilmente se ci mettiamo il resto del mondo il dato scenderebbe sia per la maggiore immaturità dei mercati, sia per la minore qualità in certe aree delle connessioni.

In realtà quello che ne esce è secondo me un fenomeno complesso dove pochissimi dedicano una larga parte del loro tempo al social, moltissimi si sono iscritti e praticamente non entrano mai e molti entrano ogni tanto così per vedere cosa succede, ma non mantengono quel dialogo costante che qualche volta qualcuno sembra immaginare.

Le dichiarazioni di Monti, tanto per fare un esempio, raggiungono alcune decine migliaia di persone direttamente sulla rete, con alcune migliaia si instaura un primitivo e quasi simbolico dialogo (un botta e risposta singolo non è certo un dialogo) e la stragrande maggioranza della platea dei potenziali elettori viene raggiunta solo quando il messaggio, per esempio Twitter, viene raccolto e ritrasmesso da giornali, radio e televisioni che restano il canale principale di comunicazione.

Qualche volta mi pareche i Guru della rete manchino della principale caratteristica di chi vuole fare previsioni sul futuro: la capacità di discernere tra quello che potrebbe accadere e quello che realmente accadrà.   Molto spesso sembrano addirittura non riconoscere nemmeno quello che sta già accadendo perché faticano a discernere la verità dai loro sogni.

3 commenti:

  1. il lavoro del "guru" è infatti quello di spacciare per "inevitabile" quello che potrebbe accadere. se accade, è un Grande Guru. Se non accade, ti spiega perché e percome è invece successo quel che è successo. Vale per l'economia, la politica, i social, eccetera. Non casualmente, adesso i guru dei social sono tutti lì a spiegare l'importanza e il peso dei fake account, dopo avere speso anni a ignorare (pubblicamente) il problema.

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  2. Come tutte le discipline dove i fenomeni non sono riproducibili. Altrimenti basterebbe elaborare un modello e testarlo a piacere (verificarlo/falsificarlo)

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