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giovedì, novembre 04, 2010

Gli effetti collaterali del Socialsalvin

La provocazione la ha lanciata Marco qualche giorno fa, in buona sostanza stigmatizzando il fatto che molte iniziative di marketing tendono a regalare contenuti e traffico ai social, Facebook in testa, trascurando il fine ultimo che sembrerebbe essere quello di attirare contenuti sul proprio sito.  Il pappagallo di Michele conferma, Wolly ci dice che "giocare in casa è sempre meglio", ma nessuno di fatto ci spiega il perché.

La cosa mi ha un poco messo in crisi perché mi capita spesso di consigliare a un cliente di focalizzare la propria attenzione sulla presenza sui social, curando ovviamente il sito, ma solo come punto di possibile approfondimento dei clienti che sul social saranno attratti e vorranno per sapere di più.

Premesso che non è possibile fare un ragionamento generale, ogni situazione è diverse e spesso diverse sono le finalità (Google non ha nessun bisogno dei social per esempio) io non sono del tutti sicuro che il consiglio sia sempre corretto.

La gente vive nei social e naviga i siti saltuariamente, se davvero riesco a consolidare la mia presenza sui social con le iniziative e i contenuti giusti le probabilità che i miei messaggi non passino inosservati è immensamente più alta.  Io credo di avere per esempio letto centinaia di messaggi Barilla su Facebbok, ho partecipato a loro iniziative, ho provato a comperare loro nuovi prodotti e credo di essere stato sul sito una volta o due!

In fondo sarebbe come dire che è meglio cercare di attirare i clienti nella nostra sede in una via periferica e lontana dalla metropolitana piuttosto che mettere gli striscioni su Corso Buenos Aires, certo sarebbe bello, ma quanto sarebbe più efficacie.

Io credo che varrebbe la pena analizzare un poco meglio la cosa prima di dare per scontato che una soluzione è meglio di un'altra!

bob

PS Certo che per chi fa siti la cosa può essere dolorosa, ma è la vita...

mercoledì, ottobre 07, 2009

Social: where's the beef?



Ricordate Wendy's?  E' una catena di hamburger che fino a qualche anno fa era presente anche in Italia, è stato poi fagocitato da Mc Donald's.  E' un peccato perché è molto buono, gli hamburger sono enormi e permette di decidere cosa mettere nel panino. "Un big Wendy, no sottaceti, formaggio tutto...".

Uno spot nel 1984 presentava una simpatica signora con un enorme panino riempito, si intuiva dalla concorrenza, con un piccolissimo hamburger che si chiedeva "Dove è la carne?".  E' diventata una frase idiomatica, qualche cosa tipo "dove è la sostanza?".

Spesso la frase mi viene in mente quando sento dire che le aziende per sopravvivere devono per forza essere presenti sui social networks come Twitter, Facebook e Friendfeed, qualcuno ancora crede che siano determinati anche i blog, ma sono rimasti in pochi, moltissimi credevano fosse vitale Second Life, ma quelli sono tutti spariti.  No non hanno spesso di consigliare, si sono solo rifatti una verginità e consigliano altro...  Qualcuno ha cominciato a scrivere libri sull'argomento.

Che l'influenza della rete sulle decisioni di acquisto e sul rapporto tra cliente e fornitore sia sempre più determinante è cosa oggi assodata, il vero problema è capire se davvero questa influenza passi per le reti sociali. Io francamente ho ancora qualche dubbio.

Premesso che il discorso è molto generale e che ci possono essere eccezioni provo a proiettare il ragionamento su me stesso.  Io faccio della rete in generale e dei social in particolare un larghissimo uso.  Quando lavoro al PC, cosa che occupa la maggior parte del mio tempo, ho di fianco una vecchia macchina rivitalizzata grazie e Linux che uso per dare una occhiata a Facebook, Friendfeed e Twitter e almeno una volta al giorno do una occhiata a LinkedIn e a qualche altro social marginale.

Quando ho scelto di acquistare qualche cosa perché ne ho sentito parlare sui social?


Praticamente MAI.


Con quale fornitore il mio rapporto è migliorato per la sia presenza nei social?


NESSUNO.

L'unica eccezione che mi viene in mente sono i commenti dei navigatori sui siti di viaggi, alberghi, ristoranti, ma non si tratta di social generici, sono appendici social a siti specializzati.

Temo che, come spesso succede in rete e come è successo per i blog, si tenda a dare per scontata una influenza tutta da dimostrare.

Ho chiesto lumi a un autore che mi ha candidamente risposto che numeri reali sulla influenza dei social rispetto al business non ne esistono.

Altri mi citano l'enorme massa di persone che frequentano i social network, ma la cosa non vuole dire nulla: anche i gabinetti della stazione centrale sono molto frequentati, ma questo non vuole dire che la pubblicità sia più efficace che altrove. Il messaggio passa quando la gente è in condizioni mentali adatte a riceverlo: la rete sarà anche nuova, ma i fondamentali del marketing sono sempre gli stessi perché il cervello è rimasto sempre uguale.

Quando qualcuno mi chiede dove investire in rete la mia risposta è, a meno di poche eccezioni: bisogna investire sul sito, offrire grande usabilità e un portafoglio di servizi ricco, i social vanno tenuti d'occhio, come i blog, per avere una misura della propria reputazione in rete.


bob

lunedì, dicembre 01, 2008

Le code di paglia bruciano!


Qualche giorno fa, parlando della iniziativa Nanosocial mi sono permesso di fare due osservazioni:

1) opinavo l'uso nel nome di un termine di gran moda, "social", in un evento che con il "fenomeno social" che la rete vive in questi giorni non ha alcun legame e che di conseguenza da l'impressione che sia stato scelto per pura moda.

2) dichiaravo che personalmente un format che prevede che io mi muova da casa per due giorni della mia vita per andare a sentire qualcuno che parla per un tempo brevissimo di un argomento a priori ignoto seguito da una ancora più breve discussione a me pare, lo ripeto personalmente, poco appetibile.

La cosa ha dato luogo a un animato dibattito senza che nessuno dei sostenitori della correttezza nella scelta del nome entrasse minimamente, purtroppo, nell'argomento.

Discussioni normali, stupidi tentativi di interromperle dicendo che non servono (se non servono basta non partecipare) poca sostanza insomma.

Questa mattina un attacco frontale sul blog di Sartoni:

Ognuno ha i commentatori che si merita

Frap show @ Roberto Dadda’s blog
Che poi il blog lo facevano anche i sumeri sulle tavolette d’argilla, ma sti fighetti contemporanei vogliono dare nomi nuovi alle cose vecchie. Questa pratica è deleteria e pericolosa, pare che abbia fatto estinguere i dinosauri…
Caro Luca credo che tu abbia finito il percorso di questa discussione maluccio: prima contesti la cosa, senza peraltro entrare mai nel merito, poi sostieni assurdamente che parlo per sentito dire come se per parlare di qualche cosa bisognasse per forza averla vissuta (articoli sulla morte non ne potrebbe, secondo la tua tesi, scrivere nessuno!) e poi con il classico stile della reazione infantile passi al dileggio, ultima arma di chi ha pochi argomenti.

Sai cosa faccio?

Sulla idiozia dei Sumeri non ti rispondo perché uso la filosofia di George Bernard Shaw che diceva "quando qualcuno pone una argomentazione stupida meglio non discutere, le argomentazioni stupide si uccidono da loro, discutendo non potresti che aiutarle".

Sulla scelta del nome "social" ti faccio rispondere da un tale Sartoni, che parlando del MarketingCamp di Camisani lo attaccò, insieme a me con argomentazioni IDENTICHE a quelle che ti hanno fatto oggi tanto innervosire!


E' per puro caso tuo parente?

Mi piace immaginare che sia tuo cugino perché giudicherei troppo offensivo sottolineare una incoerenza così palese.

Qualche estratto degli interventi del cugino di Sartoni con il link all'intero post in modo che non si dica che traviso facendo ritagli:

blog di Marco

Citando un meravigliosa battuta di Luttazzi:
C’è un posto per te al MarketingCamp, il mio!!!
Fate pure gli esploratori digitali e le giovani marmotte, ma io ad un camp su invito faccio a meno più che volentieri.
Tra l'altro qui tuo cugino dimostra una certa ignoranza perché non sa che i "camp" sono nati strettamente a inviti e tra l'altro con argomento fissato, solo successivamente è passata l'idea del "viene chi vuole e ci parla di quello che vuole!".
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No guarda, io i nomi non li storpio proprio. Io dico che se dal principio aveste detto che usavate camp perchè tirava, o perchè vi andava di farlo e basta, allora non ci sarebbero stati problemi. La gente lo sa e si regola di conseguenza. Ma il fatto è che vi siete pure voluti caricare di significati è proprio fastidiosa. La cosa che mi ha dato fastidio più di tutte è che non riuscite ad ammettere le vostre intenzioni. Ho sempre organizzato eventi e ogni volta ho passato giorni a scegliere il nome perchè da quello si potesse trarre l’idea di fondo. Voi usate camp perchè fa figo ma non volete ammetterlo. Mi rendo conto che sia più facile lamentarsi e sentirsi poverini, leccandovi le ferite a vicenda. Inoltre, continuate a guardare il dito, inerpicandovi sull’origine dei nomi. Qui l’origine conta poco. Conta il fatto che diversi gruppi autogestiti hanno organizzato eventi caricandoli di significati sociali e in italia hanno preso il suffisso camp. Poi c’è stata una evoluzione diversa da altri paesi. Ormai abbiamo preso una strada caratterizzata dalla nostra cultura. Adesso voi volete fare i puristi e riprendervi un significato che non è mai stato vostro (e neanche nostro) e volete pure fingere di interessarvi all’essenza o all’etimo. ***omissis ***
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Certo che arrivare a citare la genesi del barcamp, le sacre scritture, fare citazioni edotte per non voler ammettere di aver scelto un nome perchè faceva fico, è veramente fanciullesco come comportamento.
"Social" oggi non è, come dice tuo cugino, "fico"?

E' interessante questo tuo cugino perché usa contro il MarketingCamp di Camisani argomenti IDENTICI a quelli che uso io per contestare la validità e la opportunità di usare "social" perché va di moda in un classico seminario!
Caro Luca vedi a questo tipo di attacchi uno che è in rete dagli anni settanta, quando le flame erano flame vere, è abituato, ma mi danno sempre un poco di fastidio perché sarebbe tanto bello poter discutere dei contenuti e dei concetti senza che la infantile permalosità che oggi pervade purtroppo la rete trasformi tutto in un gran polverone.

Ti lascio una idea per la settimana, io mediterei su questa voce del De Mauro:
co|e|rèn|za
s.f.
CO
1 fedeltà di una persona ai propri principi, conformità costante tra le sue parole e le sue azioni: dare prova di c., un uomo di grande c.
2 non contraddittorietà sul piano logico di un ragionamento, di un discorso e sim.: la c. di un pensiero, di una teoria filosofica

Per te e per tutti gli altri che sembrano non condividere la importanza di un adeguato uso dei nomi per identificare i fenomeni consiglio, come faccio ogni anno con i miei studenti, una attenta rilettura dei Mc Luhan...

bob

mercoledì, maggio 28, 2008

Social network, ma i soldi quando arrivano?

Il signore al centro nella foto è Willem Johan Kolff un medico olandese che ho avuto il piacere e l'onore di frequentare molti anni fa in Utah quando mi occupavo di macchine per il supporto alla vita. Kolff è il signore che nel 1943, in piena guerra mondiale, iniziò in Olanda a sottoporre alla dialisi extracorporea i pazienti affetti da insufficienza renale. Fino al 1945 i risultati furono scadenti, ma Pim continuò e alla fine vinse: oggi milioni di persone nel mondo gli devono decine di anni di vita.

L'emodialisi è stata anche un affare colossale: ogni dializzato tre volte la settimana utilizza filtri, tubazioni e soluzioni costose e non riutilizzabili.

La storia della medicina e della bioingegneria per decine e decine di anni ha cercato di replicare quel successo, senza di fatto riuscirci: quando un paradigma funziona bene non è assolutamente detto che proprio quel paradigma si possa ripetere.

Un simile errore si sta ripetendo in rete: nel passato qualcuno è riuscito a fare molti soldi semplicemente provocando un grande numero di iscrizioni e un traffico rilevante su di un sito. In realtà il numero di quelli che hanno fatto veramente i soldi così si conta sulle dita di una mano, e alcuni hanno avuto successo solo perché hanno venduto a qualcun altro che era ricco e che ha investito spesso però senza guadagnare da iniziative del genere.

Io qualche dubbio sulla equazione traffico = utili lo ho sempre avuto e lo ho spesso espresso, è di questi giorni un articolo di Financial Times che rivela come l'aspetto "social" del fenomeno WEB 2.0 non stia di fatto facendo guadagnare nessuno.

La cosa era abbastanza prevedibile. Fenomeni come Twitter hanno, per quanto attiene al modello di business, il seme della assurdità nell'idea stessa: io metto in piedi un servizio che a molti, moltissimi, piace, ma che nessuno vuole pagare. Lo porto avanti, cresce il volume in modo impressionante e non solo la gente continua a non voler pagare, ma si lamenta pure se i miei server vengono messi alle corde dall'imponente traffico.

Mi viene il dubbio che anche se aprissi una pizzeria gratuita dalle parti di casa mia il traffico diventerebbe imponente in breve tempo. La differenza è che se un guru andasse a una riunione di manager a dire che bisogna aprire una catena di pizzerie gratuite per avere un grande successo verrebbe banalmente e semplicemente fischiato mentre i guru della rete WEB 2.0 da anni dicono che bisogna aprire servizi gratuiti per fare traffico e guadagnare e sono applauditi, mentre chi, come spesso faccio io, chiede banalmente e semplicemente da dove arrivano questi soldi viene preso per cretino.

A costo di ripetermi chiedo a tutti i guru della rete: fino ad ora i soldi del social network non sono arrivati, arriveranno? Quando? Da chi?

bob

Qualche esperimento...