lunedì, gennaio 24, 2011

Da non perdere!

Self style, una NON novità di gran moda!


In questi giorni ascoltando a Radio24 la interessante rubrica Essere e avere sono rimasto molto colpito dalla descrizione di una nuova tendenza, la chiamano "Self style", il significato del termine francamente mi sfugge.

La novità sarebbe la tendenza a fare le cose da se un po' per moda, un po' per risparmiare.

Dove sta la novità?

Starace, l'inventore dello stile fascista, la chiamava autarchia, certo aveva allora motivi precisi non legati alla moda, ma la gente coltivava comunque i pomodori sul terrazzo di casa.

Un kit per un sistema fotovoltaico da montare? Dove sta la novità? Eathkit in USA, emulata dalla vecchia cara Scuola Radio Elettra di Torino, ha riempito il mondo di scatole di montaggio.

I semilavorati da cucina, come per esempio i preparati per torte, sono peraltro da tempo diffusissimi e molto studiati dagli esperti di marketing.

In un ristorante di Manhattan i clienti cucinano i loro pancake al tavolo?

Dove sta la novità?

In Giappone da sempre si mangia un piatto nato nella zona di Hiroshima: si chiama okonomiyaki ed è una sorta di frittata di uova, foglie di cavolo con gamberetti, pesce o carne a scelta che il cliente cucina da solo sulla piastra del teppayaki. A Manhattan i ristoranti che servono questo piatto sono numerosi.

Del resto sempre in Giappone si serve lo Shabu Shabu che il cliente cucina in tavola esattamente come in Corea si usa cucinare la carne e la pancetta direttamente sulla tavola. Il piatto è oramai diffuso in tutto il mondo.

Qualche volta penso che prendere un fenomeno vecchio, dargli un nome nuovo e considerarlo una grande novità sia un poco fuorviante, molto meglio sarebbe riconoscere le analogie e cercare di capire cosa faccia emergere o scomparire un determinato fenomeno.

Nello stesso errore spesso cadono gli informatici, è di questi giorni l'uso del termine "cloud computing" per identificare un fenomeno vecchissimo, ma questa è un'altra storia...


domenica, gennaio 23, 2011

Cloud computing: a volte tornano!


Nel 1966 misi per la prima volta le mani su un Personal Computer.

L'Olivetti aveva lanciato il Programma 101 che è stata in buona sostanza la prima macchina programmabile per uso personale.   Aveva una stampante, una tastiera e poteva registrare programmi e dati su schede magnetiche più o meno della dimensione di una scheda perforata.

La macchina era semplice, la ram (magnetostrittiva, 10 registri di 11 cifre) pochissimi, era lenta, ma ci ho scritto programmi anche molto complessi.

Costava una fortuna (io ebbi l'occasione di usare quella che Olivetti regalò al Politecnico e che veniva snobbata perché allora tutta la attenzione era perle macchine grandi) ed ebbe una fortuna relativamente modesta (44000 i pezzi venduti a più di tremila dollari) perché troppo avanti rispetto ai tempi, ma è certamente un importante cosa da non dimenticare.

Ieri, leggendo della realizzazione di un documentario sulla "Perottina" (dal nome del progettista, l'amico Pier Giorgio Perotto prematuramente scomparso una decina di anni fa), pensavo alla storia del computer personale, al cloud computing e a quelli che dicono che di fatto stiamo tornando indietro andando a riprendere le architetture dei vecchi sistemi centrali.

Perché sono nati i PC?

All'inizio c'erano i sistemi centrali, qualcuno li chiamava mainframe, e per eseguire i programmi si andava al centro di calcolo dove si perforavano pacchi di schede di cartoncino, si consegnava tutto all'operatore e si tornava dopo qualche ora a cercare nel tuo ripiano dello scaffale le schede e la stampa dei risultati.

Poi vennero i terminali: costosi e lenti, ma sempre meglio che doversi muovere per andare al centro di calcolo e l'interazione offriva possibilità di controllo più vaste di quanto non offrissero le operazioni in batch.

Questa è la situazione che vide nascere i PC: la potenza di calcolo che si trasferiva piano piano dal sistema centrale alla macchina locale che ancora poco sapeva comunicare con l'esterno, la maggior parte degli utenti di PC si trasferiva programmi e dati attraverso gli oramai scomparsi dischetti.

Nel frattempo era nata la rete di fatto riservata a militari e università che poi si espanse e aumentò in  modo sostanziale la sua velocità.

Le cose sono poi evolute come le conosciamo oggi in una situazione nella quale per motivi esclusivamente storici viviamo un modello ibrido: macchine molto potenti, connessione ovunque, ad alta velocità e a costi marginali, memoria locale e remota a costi che sono una frazione di quelli ai quali eravamo abituati in passato.

A questo punto mi chiedo: se il PC nascesse oggi come lo progetteremmo?

Io credo che penseremmo ad una scatola capace di contenere un browser, capace di parlare con varie periferiche e di collegarsi in rete: nulla di più!

Tutte le applicazioni sarebbero centralizzate, un po' come succede oggi con Google Documenti.

Una delle accezioni (purtroppo numerose) del termine cloud computing potrebbe essere il paradigma vincente...

o no?

roberto

PS In realtà il modello non è per nulla nuovo: negli anni settanta era disponibile GEIS (General Electric Information Services).  Si installava una connessione dati e un terminale e tutto il software, come per esempio word processor e compilatori, giravano nel sistema centrale pilotati dal terminale remoto: del cloud compiting mancava solo il nome...

mercoledì, gennaio 12, 2011

Un mondo di reti aperte, ma quando mai!


L’inizio di quest’anno ha visto la abolizione di alcuni degli articoli della “legge Pisanu” e in particolare di quelli che imponevano a chiunque offrisse connessione di rete a terzi la identificazione di chi veniva autorizzato ad accedere alla rete con tanto di conservazione della copia di un documento di identità.

Non sono particolarmente esperto degli aspetti legali della cosa e da quello che leggo in rete non mi sembra che siano ancora del tutto chiari (pare che ci siano altre norme che impongono il riconoscimento dell’utente) , ma io francamente l’entusiasmo che sembra avere preso molti dei “guru” della rete di casa nostra non lo condivido comunque.

Leggendo le affermazioni trionfali che si trovano su blog, giornali e che si sentono persino in televisione l’idea che ci si fa è che questa famigerata legge sia stata una palla al piede addirittura per lo sviluppo economico del nostro paese e che finalmente, come succede all’estero, l’Italia verrà coperta da una rete WIFI capillare e gratuita grazie alla quale saremo tutti connessi in permanenza indipendentemente da dove ci troviamo.

La cosa sarebbe certamente entusiasmante se solo fosse vera!

Cosa succede all’estero? In Giappone, in USA, in Francia, in Svizzera e in Inghilterra reti del genere esistono solo in qualche località piccina installate dai comuni, ma sono una eccezione e non la norma. Certo esistono locali come McDonald’s e Starbuck che offrono accesso gratuito ai loro clienti e qualche albergo, anche se va detto che stragrande maggioranza fa pagare la connessione e la fa pagare salata: ero a Londra per le feste e la connessione in albergo costava la bellezza di 15 sterline al giorno!

Durante le feste ho passato qualche giorno a Londra, a parte come dicevo qualche locale di connessione diffusa, aperta e gratuita nemmeno l'ombra!

Questa è il risultato della ricerca di reti nel centro di Piuccadilly Circus:



Questo non vuole dire che le reti non ci siano, la Francia per esempio è coperta in modo molto capillare da una rete SFR, ma io riesco ad utilizzarla solo perché ho un contratti con SFR e di conseguenza sono riconosciuto e pago questo servizio insieme al mio contratto telefonico, lo stesso per Londra con la rete O2. In buona parte della città si accede, dopo avere però stipulato un contratto:



Qualcuno sulla scorta dell’entusiasmo è finito persino in televisione vantando di coprire con la propria connessione e con l’uso di una antenna professionale una importane piazza di Milano. La cosa è lodevole e non possiamo che ringraziarlo, peccato però che tutti i contratti di fornitura vietino espressamente la cessione del servizio a terzi esattamente come vietano la cessione per esempio di energia elettrica al vicino di casa! A questo si aggiunge il fatto che aprendo a terzi sconosciuti la propria connessione si diventa responsabili delle loro attività illecite in rete. Cosa succede se per scherzo vado sotto casa del mio amico e mi collego a qualche sito pedofilo scaricandone le fotografie? Cosa succede se per insultare qualcuno o per perseguitarlo in rete uso la sua connessione? Chi rischia la incriminazione per scambio di materiale pedopornografico o per stalking, due reati non certo banali?

Wired, sempre pronta ad abbracciare le cause più improbabili, ovviamente si è affrettata a coprire con le sue antenne e la sua connessione niente meno che Piazza Cadorna, centralissima piazza milanese.

Credo francamente che poco cambierà e che il tanto sbandierato effetto sulla economia del nostro paese purtroppo non ci sarà.

Del resto c’è da chiedersi che senso abbia pensare di utilizzare una pletora di reti WIFI quando con qualche cosa come un euro al giorno, anche meno, mi posso oggi collegare alla rete cellulare dati con performance più che accettabili almeno per la navigazione che ha senso fare da dispositivi mobili.

Facevo qui considerazioni simili un paio di anni fa di ritorno da un viaggio in Giappone e un lettore mi scrisse che ero matto a pensare che la connessione WIFI non servisse e che è una tecnologia utilissima. Preciso che sono assolutamente d’accordo, è una tecnologia matura e insostituibile a casa, negli uffici e probabilmente in alberghi e centri congressi (gratuita), ma non è particolarmente adatta per la copertura di aree pubbliche vaste.

lunedì, gennaio 10, 2011

Della iper-semplificazione dei messaggi...


Una delle caratteristiche della rete che più mi sembrano negative è la tendenza dei blogger a trasmettere messaggi semplificati, tanto semplificati spesso da perdere il loro contenuto reale e quella di innamorarsi in modo acritico di concetti indipendentemente da qualsiasi discussione nasca intorno al loro valore.

L'opera di McLuhan viene per esempio sostanzialmente ridotta alla semplice e poco significativa frase "Il medio è il messaggio" dimenticando le 330 bellissime pagine che stanno intorno a quella frase e che di fatto dicono una cosa molto più logica.

Qualcuno cita ancora la teoria di Carr della "coda lunga" ignorando completamente che la realtà dei fatti e lavori di economisti veri hanno dimostrato che la descrizione del fenomeno è corretta, ma le relative conclusioni sono assolutamente scorrette.

In questi giorni si parla, a fronte di un assurdo servizio denigratorio del TG5, della inattendibilità di Wikipedia.

Premesso che sono convinto personalmente che l'enciclopedia nata dalla collaborazione degli utenti è utile e affidabile quanto basta, chi ne parla riporta un articolo di Nature che in genere viene liquidato con la frase "poche trascurabili differenze".

Peccato che il lavoro non dice assolutamente questo ed addebita a Wikipedia un tasso di errore del 33% superiore a quello della Brittanica, il tutto limitato a poche voci, solo scientifiche e senza fare distinzione tra un errore e una altro: errori e imperfezioni hanno tutti lo stesso peso, cosa palesemente assurda.  Peraltro la cosa è stata ampiamente discussa in rete e vale la pena leggere la confutazione citata nel link.

Ma per alcuni blogger tutto si riduce a "poche trascurabili differenze".

Va detto che questo atteggiamento i blogger lo hanno certamente preso a prestito dai giornalisti, portandolo spesso alle estreme conseguenze.  Difficile dire come mai questo accada, personalmente penso che molto nasca dal fatto che quando si comincia a scrivere in rete si viene colti dalla tentazione di parlare di qualsiasi argomento sia contemplato nello scibile terrestre  e qualche volta sembra anche venusiano. Forse dovremmo imparare a resistere...

Qualche esperimento...