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domenica, marzo 14, 2010

Il marketing questo sconosciuto...


Qualche settimana fa ho comperato una scatola di pastelli a cera Cerelli della Seletti (www.seletti.com), una società dalla quale acquisto da tempo perché impacchetta i suoi prodotti in modo creativo, non ho idea se il prezzo sia buono o meno, ma mi lascio attrarre dal packaging e compero d'impulso.

Sono il cliente ideale per questo tipo di approccio al mercato!

Ho comperato, dicevo, una scatola di pastelli a cera. Uso i pastelli per evidenziare elementi delle pagine in prototipi LO-FI che utilizzo molto sia con i clienti che a scuola.
I Cerelli sono bellissimi, tanti colori, una bella scatola, ma hanno un piccolo particolare: non scrivono!

Quando li si passa sulla carta invece di comportarsi con la caratteristica pastosità che rende tanto gradevole la cera si sbriciolano lasciandovi con un foglio pieno di pezzettini di cera e il colore nel disegno appena appena accennato.

Prima di buttarli nel cestino mi sono preso la briga di scrivere al distributore segnalando la cosa, quello che mi ha colpito è stata la risposta: 4 parole in croce.

"Grazie per la segnalazione"

Non mi aspettavo certo che me li cambiassero, anche se in USA sarebbe stato automatico, visto che costano pochi euro, ma almeno un "ci dispiace per l'inconveniente" vuoi non ve lo sareste aspettato? Oppure mi avessero detto che i loro pastelli sono bellissimi e si trattava, come possibile, di una partita difettosa.

Quattro parole che avrebbero dimostrato un minimo di considerazione per il cliente e che avrebbero fatto la differenza!

Se vi servono pastelli a cera andate su marche più tradizionali o almeno, se come a me vi piace la scatola dei Cerelli, provateli prima di comperarli...

bob

PS Certo comunque meglio di Aurora che sul problema della riparazione della mia stilografica non ha vergognosamente MAI risposto.

sabato, giugno 16, 2007

Inutilissima pubblicità Bluethoot a Parigiparigi


Passeggiando per Parigi si notano da tempo cartelli pubblicitari con una scritta che recita più o meno: "avvicinarsi per scaricare il file".

La cosa non poteva che attirarmi e ieri avendo un po' di tempo mi sono avvicinato ed ovviamente non è successo nulla. Poi sul lato del cartello ho trovato le istruzioni per l'uso:


Le modalità sono le solite di ogni connessione bluethoot e il cartello offre un "contenuto multimediale offerto dalla marca che è sul cartellone".

Detto fatto! Adesso mi trovo fortunato possessore di una foto formato francobollo della boccetta di profumo...



Capisco sia un esperimento, ma mettere un piedi un meccanismo del genere per poi essere tanto poco creativi mi sembra assurdo.

Mandatemi qualche cosa di più interessante, magari un filmato o una suoneria, mandatemi un buono sconto per il vostro prodotto alla profumeria quei all'angolo... ma dove sono finiti i creativi di una volta?

bob

lunedì, maggio 14, 2007

I cookie e il marketing...


Layala Pavone riporta nel suo blog un articolo, credo scritto da lei per Nova 24 e pubblicato il 3 maggio.

Si tratta di una appassionata apologia del COOKIE un oggetto che piace ovviamente molto a tutti gli uomini e le donne di marketing che amano l'idea di sapere il più possibile del comportamento dei loro clienti.

Personalmente li tengo attivi anche se sono conscio di alcuni problemi che potrebbero dare alla mia privacy ed alla mia sicurezza, ma non è di questo che voglio parlare: vorrei solo condividere con voi una analogia con il mondo reale.

In buona sostanza dal punti di vista del marketing la funzione del cookie è quella di identificare l'utente che naviga con il suo PC anche quando naviga con un ip diverso e in una diversa sessione. Nel caso poi l'utente si sia registrato o abbia fatto anche un solo acquisto su quel sito l'identificazione diventa puntuale completa di nome, cognome, indirizzo...

Ebbene cosa direste se all'ingresso di un supermercato vi chiedessero la carta di identità anche se volete solo fare quattro passi tra gli scaffali e poi si prendessero la briga di registrare ogni vostro movimento, ogni oggetto osservato, ogni informazione richiesta, ogni acquisto per poi mettere tutto in un mega database?

Questo sono i cookie nelle mani degli uffici di marketing...

bob

domenica, aprile 08, 2007

La Gift economy come la ho capita io.

Leggendo un post su Marketing usabile e partecipando ad una discussione su Aghenor mi sono trovato a discorrere sulla Economia del dono (Gift economy), un argomento che salta sempre più spesso fuori quando si parla in rete di iniziative di marketing.

Nella fattispecie un guru ha deciso che a chi parteciperà pagando alle conferenze di lancio del suo nuovo libro regalerà cinque copie del volume in modo che i partecipanti che ovviamente non sapranno bene cosa farsene delle quattro copie in più le regaleranno a qualcuno provocando così una diffusione del volume più veloce.

Qualcuno ha parlato qui di Economia del dono, personalmente non credo che ci sia alcuna affinità tra le due cose e provo a spiegarvi il perché.

Innanzitutto l'economia del dono è una economia e di conseguenza dovrebbe attenere al meccanismo con il quale i beni vengono prodotti, distribuiti e consumati. Esempi di economia sono quella di mercato, la nostra, e quella pianificata tipica per esempio dei paesi comunisti di quando il comunismo esisteva ancora.

Il fatto che qualcuno regali qualche cosa a qualcuno non basta per definire una operazione appartenere alla Ecomonia del dono: il "compri tre e paghi due" dei supermercati o il regalo di una rivista a chi ne compera un'altra nulla hanno a che fare con l'economia del dono, sono solo operazioni di marketing nell'ambito di una economia di mercato.

Cosa è allora l'economia del dono?

L'economia del dono si attua quando qualcuno regala di abitudine qualche cosa a qualcun altro senza pretenderne una immediata contropartita, ma solo per partecipare a un circolo sociale virtuoso dove anche gli altri, quando lo vorranno o quando e se sarà necessario, parteciperanno alla vita della collettività con un dono.

Nelle tribù primitive i cacciatori mettono a disposizione di tutti il frutto del loro lavoro, la comunità lo riceve e per esempio parteciperà alla difesa della collettività se e quando verrà attaccata da una tribù nemica o si accollerà lunghe marce per portare l'acqua da luoghi lontani nei periodi di siccità.

Qualcuno osserva che nascono comunità nelle quali le economie di tipo diverso convivono in modelli misti: non si tratta assolutamente di una novità, nelle comunità dal modello economico complesso questa convivenza di paradigmi è sempre esistita.

La donazione del sangue nelle comunità dove non è remunerata è un chiaro esempio di economia del dono: non solo chi dona non pretende nessuna contropartita, ma spera fermamente di non averla mai nemmeno in dono perché subire una trasfusione testimonia una situazione certamente non gradevole! L'unica contropartita è la gratificazione di partecipare a qualche cosa di virtuoso ed utile per la collettività.

Molto simili, anche se in ambiti molto diversi, le motivazioni ed i meccanismi che spingono qualcuno a scrivere una voce di una enciclopedia on line come Wikipedia, a scrivere specifiche o software per un prodotto open source o a scrivere su un blog solo perché pensano che quello che dicono possa essere utile a qualcuno.

In linea di principio penso che il lancio di un libro non dovrebbe essere un evento a pagamento, mi aspetto anzi qualche cosa da bere alla fine, ma che io per partecipare debba comperare cinque copie del volume lo trovo una sgradevole iniziativa di marketing. Ognuno ovviamente è libero di offrire quello che vuole, ognuno è libero di andarci o non andarci, ma per favore evitiamo di nobilitare la cosa tirando in ballo l'economia del dono!

bob

domenica, marzo 04, 2007

Difficile prevedere il futuro...


L'altro giorno in libreria ho trovato un volume non nuovo, è del 2003, ma devo dire interessante.

E' di Merill Chapman e si intitola, nella eduzione italiana di Mondadori Informatica, Alla ricerca della stupidità. Il sottotilo che in inglese recita "Over 20Years of High-Tech Marketing Disasters" in italiano ha perso il termine marketing diventando "20 anni di "disastri" hi-tech" e snaturando completamente la presentazione del volume!

Il libro è scritto molto bene e racconta con toni giornalistici quella serie di errori spesso clamorosi che hanno cambiato le sorti di tante aziende nel mondo delle teconologie negli ultimi anni.

Nell'introduzione per spiegare come sia difficile giudicare le organizzazioni Chapman cita un volume del 1982 di Peters e Waterman intitolato "Alla ricerca della eccellenza, impariamo della aziende meglio gestite in America".

Fu un enorme successo editoriale, milioni di copie vendute, traduzioni, conferenze, seminari...

Dopo qualche anno qualcuno notò, e lo scrisse, che molte delle organizzazioni citate nel libro come esempi di eccellenza manageriale andavano di fatto malissimo ed altre aziende non citate mostravano risultati eccellenti.

Evidentemente valutare le dinamiche dei nercati e delle organizzazioni non è tanto semplice!

Chapman nella sua introduzione sembra però non avere dubbi quando ci spiega come HP sia una specie di dinosauro incapace di vincere sul mercato dei Personal Computer, mentre Dell si che è brava e ci spiega con molta convinzione le ragioni di questo incolmabile divario...

Bene oggi, a due anni dalla uscita del libro, basta una passeggiatina in rete per scoprire che HP ha nettamente superato Dell nelle vendite, senza di fatto che nessuna delle sue società cambiasse radicalmente il proprio modo di concepire e vendere i PC!

sabato, marzo 03, 2007

Sentita alla televisione...


"non è plastica, è Nylon!".

Il Nylon è una delle principali e prime materie plastiche realizzate dall'uomo, nasce in casa DuPont nel 1935. Facilmente filabile e con caratteristiche simili alla seta naturale, per molti anni lo hanno chiamato seta sintetica, è una delle materie plastiche che hanno avuto più successo nella storia della tecnologia.

Il nome pare sia del tutto casuale, una sigla di laboratorio, NYL, con la aggiunta di ON per renderla più leggibile. Durante la seconda guerra mondiale è stata reinterpretata con Now You Lose Old Nippon (adesso perdi vecchio Giappone) perché il Nylon sostituì la seta nei paracadute.

Trovo puer
ile questo tentativo di riabilitazione di una materia plastica cercando di escluderla da una famiglia di prodotti alla quale appartiene con pieno diritto.

Strano il marketing e strano il mercato: quando io ero ragazzo Gino Bramieri dallo schermo di una televisione ancora in bianco nero raccomandava alle massaie "Signora badi ben che sia fatto di Moplen", l'essere di plastica, grande novità, nobilitava il prodotto, oggi qualcuno in televisione con in mano una busta di plastica ci dice che non è plastica...

Qualche volta anche guardando la pubblicità del software penso che la bugia o peggio la verità irrilevante siano rimaste una delle armi del marketing: non sarebbe meglio cercare metodi più efficaci?

venerdì, novembre 17, 2006

La saga del vanghetto


Lo IAB Forum, Convegno sulla pubblicità interattiva in Italia, dell'inizio del mese mi ha colpito non solo per il contenuto delle presentazioni e per i dibattiti, ma anche e soprattutto per il grande numero di partecipanti: la sala era molto grande e in fondo un sacco di gente è rimasta in piedi, segno inequivocabile di un grande interesse.


Giulio Malgara, l'uomo dell'olio Cuore, ha parlato come presidente della UPA, Utenti Pubblicità Associati, ha sollevato un discreto polverone con un passaggio del suo intervento illustrando come la rete sia perfetta per la pubblicità di prodotti di nicchia con budget modesti ed ha citato il vanghetto che altro non è alla fine che una piccola vanga (come accada che la vanga rimpicciolendo cambi sesso è interessante bizzarria linguistica, ma del resto anche la calcolatrice crescendo diventa calcolatore...).


Layla Pavone, padrona di casa, ne ha parlato nel suo blog, ripresa da alcuni altri blogger, interessante l'intervento di Luca De Biase.

Malgrado la grande sensibilità che ho sviluppato negli anni avversa alle posizioni di chi la rete tende a sminuire devo confessare che in questo caso l'intervento di Malgara a me è tutto sommato piaciuto.


Il fatto che la rete sia particolarmente adatta a prodotti di nicchia e a attività che fino a ieri di pubblicità praticamente non ne facevano credo che sia ovvio e chiaro a tutti i naviganti. Del resto Google fa soldi a palate anche con le piccole inserzioni fai da te offerte con l'iniziativa AdWords/AdSense.


Si tratta di budget che in larga parte va ad aggiungersi a quello della pubblicità tradizionale e non passa dalle agenzie.


Fino a qui il vanghetto...


Se passiamo alla pubblicità più tradizionale temo che la convinzione più volte espressa al Forum sulla opportunità di portarla tutta in rete sia ancora da verificare e condivido alcuni dei dubbi espressi da Malgara.


La rete è estremamente frazionata, gli Hub dove tutti passano si contano probabilmente sulle dita di una mano: i messaggi rischiano di disperdersi se non si cambia radicalmente approccio e non si riesce a focalizzare in modo efficace. La cosa può non essere sempre banale.


L'entusiasmo di chi sembra pensare che tutti i messaggi andrebbero veicolati dalla rete è forse un poco prematuro: come spesso succede il nuovo strumento, nella maggior parte delle situazioni, dovrà convivere con gli altri canali e il tutto dovrà essere saggiamemte orchestrato.


Questo è il messaggio, credo corretto, che personalmente ho recepito dalle parole di Malgara.


Bob


PS La ricerca del vanghetto, che in rete si trova facilmente, mi ha aperto un mondo. Io credevo che si trattasse solo dell'attrezzo di origine militare che ben conoscono i campeggiatori o la vanghetta piccina da giardiniere, ma ho scoperto che ne esistono anche versioni speciali per esempio per la ricerca del tartufo. Leggi regionali ne impongono forma e dimensione!

Il vanghetto da tartufo è un chiari esempio di prodotto che solo in rete può trovare uno strumento di efficace comunicazione.

Cosa darei per un paio di uova al burro spolverate di tartufo un questa piovosa serata meneghina!

Qualche esperimento...