sabato, novembre 28, 2009

Lo confesso, ho un sacco di fle sul disco fisso!



In questo periodo i giornalisti si stanno sbizzarrendo nel dichiarare il numero di file presenti nel PC della povera Brenda.

La gente è convinta che sessantamila file è un numero grandissimo.

Francamente la cosa mi pare un poco bizzarra, per un sistema operativo come Windows non sono poi molti, la macchina è praticamente vuota. Sul portatile che uso di solito ce ne sono centossessantunomila, e parlo solo di quelli sul disco C:, la macchina ha anche un altro disco.


Possibile che un giornalista prima di parlare di cose che non conosce non chieda aiuto a un qualsiasi esperto?

bob

PS Stamattina a Radio24 le comiche: tutti i file sono stati trasferiti su UN (cd evidentemente magico) che è nella cassaforte del giudice.

venerdì, novembre 27, 2009

La cosa lunga non funziona...



Quando è uscito il volume "The long tail" di Chris Anderson la blogosfera nostrana lo ha osannato come fosse il nuovo verbo del marketing dei tempi della rete.

Per un certo periodo non si è parlato d'altro. Ricordo la sorpresa di Mantellini che andando a fare una conferenza in università aveva chiesto chi lo avesse letto e nessuno aveva alzato la mano.

Francamente, supponendo si trattasse di studenti di ingegneria gestionale, piuttosto che stupirmi perché non aveva letto "The long tail" mi sarei molto più stupito se non avessero letto "Strategic selling" o McLuhan!

Perché la teoria della coda lunga ha avuto tanto successo tra i blogger?

La mia teoria è che la gente è sempre pronta ad accogliere favorevolmente le teorie che fanno loro piacere: la coda lunga, se verificata, darebbe alla rete e alle opportunità di commercio online una potenzialità praticamente infinita e questo piace molto ai blogger. E' un poco quello che aveva capito molto bene il re del Piccolo Principe.

Qualche mese dopo l'uscita del volume una economista di Harvard ne aveva contestato le affermazioni: la coda lunga descrive bene un fenomeno, ma non è vero che i guadagni sono sulla parte sottile della coda, chi guadagna davvero è sempre chi sta nella parte sinistra.

Anderson rispose in modo molto confuso, la blogosfera ignorò completamente le contestazioni e la coda lunga rimase un cavallo di battaglia dei guru della rete.

In questi giorni "The economist" ha pubblicato un interessante articolo che dimostra la infondatezza di una buona parte della teoria di Anderson.

Dai guru di casa nostra solo un imbarazzante silenzio...

bob

Aspettando Godot...




Gira in rete da qualche giorno la carta dei 100 che chiedono la abolizione della legge Pisanu dando per scontato che questa sia la colpevole della arretratezza del nostro paese nell'uso delle connessioni alla rete.

Non facendo parte della elite della rete nessuno mi ha chiesto di firmarla, ma leggendola mi sono chiesto se lo avrei fatto e la risposta è stata: no!

Il problema è che la carta è basata su considerazioni fuorvianti ed alimenta quella che io chiamo la sindrome di Godot.

"Aspettando Godot" è una bellissima piece teatrale di Samuel Beckett che descrive sotto metafora l'atteggiamento di molte persone che rischiano di non vivere il presente perché sono sempre in attesa di qualche cosa di meglio.

Questa sindrome è presente nella rete da sempre, fino a qualche tempo fa il feticcio è la larga banda, da un po' di tempo è diventato, almeno in Italia, la libertà della connessione WIFI in luogo pubblico.

Qualora avessimo una bella WIFI pubblica e libera certamente i guru della rete troverebbero un'altra motivazione per lamentarsi perché lamentarsi è facilissimo, fare un po' meno facile!

Siamo davvero sicuri che il principale ostacolo alla diffusione della rete sia il fatto che non ci possiamo connettere per strada?

Francamente non lo credo proprio. Chi davvero ha bisogno di connettersi dovunque può fare per poche decine di euro al mese un contratto flat o quasi flat che gli permette di collegarsi alla rete cellulare con velocità più che adeguate alla navigazione che ha senso fare per strada.

Senza contare che la rete cellulare copre praticamente il 100% del territorio utile e che posso restare connesso anche in movimento.  A Tokio il problema della connettività mobile è stato risolto non con WIFI libere, ma con contratti flat con tariffe molto contenute.

La scarsa diffusione delle connessioni WIFI libere è dovuta alle difficoltà provocate dalla legge Pisanu?

La verifica della identità può essere fatta molto semplicemente utilizzando un telefono cellulare, si mette il numero nella pagina del captive server, la prima che appare nel browser quando accediamo a reti WIFI protette, in pochi secondi arriva un codice sul telefono che sblocca la connessione, il tutto basato sul fatto che per avere un cellulare mi sono fatto identificare dal provider.

E' una cosa si una semplicità disarmante che aggiunge al progetto costi marginali visto che lo stesso server può identificare gli utenti di una marea di punti di accesso.

Se qualcuno di voi conosce una persona che gira con il suo PC a cercare bolle WIFI alle quali collegarsi e non ha un telefono cellulare in tasca me lo faccia conoscere e offro in aperitivo a entrambi!

Francamente non credo che se la legge Pisanu verrà abrogata vedremo la fila dei provider nelle nostre piazza che litigano per installare le antenne, in realtà non credo cambierà nulla perché se i provider le avessero volute installare lo avrebbero già fatto da tempo usando l'autenticazione via cellulare.

I "don Chisciotte" del libero WIFI spesso basano le loro argomentazioni su leggende metropolitane.

Quello delle "città europee" tutte coperte dalla rete WIFI libera è solo una leggenda metropolitana. Si certo qualche area coperta c'è, ma la copertura globale è solo nella fantasia di qualcuno.  In Francia per esempio le reti aperte sono pochissime e la conferma della legge hadopi ne sta provocando la chiusura. Collegarsi comunque non è difficile, io con qualche euro al mese in più sul mio contratto cellulare SFR mi collego alle reti Neuf che sono generosamente sparse nelle città francesi.

Venezia città coperta da WIFI.  Basta andare a vedere sul sito del comune di Venezia: la copertura è concentrata sul Canal Grande e in pochi campi, la stragrande parte della città non è coperta.  La logica è tra l'altro bizzarra: se capisco l'utilità di collegarsi da un bar per cercare un luogo o l'orario di un museo l'utilità del collegamento dal vaporetto o dalla gondola mi sfugge: in vaporetto tutto il canale si percorre in una decina di minuti, se devo tirare fuori il PC, se lo devo accendere e mi devo collegare mi restano al massimo tre o quattro minuto di navigazione, vale il gioco la candela?

La WIFI di Venezia è stata un grande attrattore di bufale: la giornata della inaugurazione è stata dedicata alla corte suprema francese simbolo di libertà in quanto aveva respinto la legge delle tre sconnessioni da qualcuno che probabilmente fermandosi ai titoli dei giornali non aveva capito che si trattava di un vizio procedurale, la legge è stata poi modificata e confermate senza alcun cambiamento sostanziale!

Certo la rete è un grande piacere per chi sul Canal Grande, come i miei genitori, ci abita, ringrazio sinceramente il comune, ma forse il denaro poteva essere speso meglio...

Il ministro Brambilla vuole abolire la legge Pisanu.

Qui prima di innamoramenti e trionfali comunicati forse varrebbe le pena leggere la proposta di modifica.  La ineffabile ministra non propone la abolizione della identificazione obbligatoria del cliente che si connette, ma solo quella della richiesta da parte degli alberghi e simili di una autorizzazione alla Questura per installare WIFI con relativo balzello.

Al fine della promozione turistica sarebbe molto più importante convincere gli alberghi a dare la connessione e sopratutto a non fare pagare le cifre invereconde che vengono oggi chieste in Italia, la connessione dovrebbe essere gratuita con l'acqua e la luce elettrica!


Ciò detto resto del parere che la carta dei cento non abbia molto senso...

bob

Resta un mistero perché voler limitare la cosa a 100 firmatari, è un numero tondo che fa spettacolo e attira l'attenzione, ma che senso ha?

giovedì, novembre 26, 2009

Avere o essere...




Alla fine degli anni settanta questo libro era diventato una gran moda: Fromm identificava due diversi modi di concepire la vita e le cose, presenti entrambi, ma in diverse proporzioni, in ciascuno di noi.

Da qualche tempo osservo la rete sociale, blog, facebook, e friendfeed, e leggo molto più di quanto non scrivo perché sto cercando di farmi una idea di dove vada a parare questo fenomeno e di quanto social resterà in rete nel futuro.

Qualche tempo fa dicevo che non capisco quelli che lasciano messaggio molto personali e di scarsissimo interesse per me e credo per larga parte dei navigatori. "Questa sera mangio i fagioli con le cotiche", "Non ho fatto colazione", spesso anche piuttosto criptici "Sono cose", "E' il momento", "Il dado è tratto!".

Continuo a non capire queste uscite, ma certamente queste persone fanno parte di quelle che la rete la amano, che sono qui per passione, che vogliono dialogare e costruire qualche cosa.

Sono quelli che nella categorie di Fromm starebbero dalla parte dell'essere.

Dall'altra parte ci sono quelli che della rete hanno bisogno, che la usano per ottenere qualche cosa, per sentirsi qualcuno. Fromm li metterebbe nella categoria dell'avere.

La caratteristica peculiare è quella di non cercare un dialogo, ma una esposizione mediatica, illudendosi spesso che la esposizione in rete possa avere gran valore al di fuori del mondo autoreferenziato dei blog e delle social network.

Postano tutti i giorni, anche più volte al giorno, postano l'intero testo dei loro thread sui blog e su facebook e li segnalano più volte su FF e Twitter.

Periodicamente riempiono di "like" i propri thread quando nessuno commenta e scendono di livello: la cosa è comica perché pensare che uno scriva un testo che non gli piace risulta in poco bizzarro.

Di solito partecipano alle discussioni che ne scaturiscono solo quando i messaggi sono positivi, se qualcuno non è d'accordo spariscono...

Fanno i guru della rete, ma è evidente che non ne hanno capito minimamente lo spirito!

bob

Chrome OS, browser in a box...




Leggendo i documenti che si trovano in rete con le prime descrizioni di Chrome OS, il sistema operativo di casa Google, ho fatto qualche considerazione che riporto qui di seguito.

Innanzitutto, come già osservai a suo tempo, non si tratta di un "nuovo" sistema operativo, ma di una nuova distribuzione di Linux.  Non si capisce perché mai si continui a parlare di "nuovo sistema operativo".

A guardarci bene è assolutamente analogo ad altre interfacce grafiche come KDE, solo che questa accentra tutta la sua usabilità nel browser e funziona su un kernel molto succinto.

Molti anni fa ero direttore Ricerca e Sviluppo di una banca e presentai la slide che vedete qui sopra come proposta per la operatività di un nuovo sportello, ne realizzammo solo una parte, il sistema di supporto alle vendite, ma funzionava benissimo ed era molto facile da utilizzare.

La filosofia di Chrome OS credo sia più o meno la stessa e credo sia piuttosto interessante, l'hardware diventa una scatola per contenere il browser, tutto il resto accade nel browser.

Molti opinano che per funzionare il sistema debba essere costantemente collegato alla rete.   Ieri sarebbe stato impensabile, oggi per molti di noi è perfettamente accettabile perché siamo collegati sempre con contratti flat o quasi flat, domani probabilmente la percezione che avremo della connessione sarà simile a quella che abbiamo della rete elettrica della quale consideriamo la mancanza un evento assolutamente eccezionale.

Basta che Google resista alla tentazione, da qualcuno ventilata, di usare la propria versione di Linux per rendere più invasiva la sua pubblicità impedendo la installazione di software che la blocchi o imponendo tempi di visione non arrestabili.  sarebbe un gravissimo errore e non credo proprio che i nostri amici siano tanto sprovveduti da commetterlo!

bob

mercoledì, novembre 25, 2009

WIFI a Milano, le comiche...




Oggi pomeriggio il nostro sindaco, la signora Moratti, ha risposto su C6TV, tra l'altro, a una domanda di Michele, ascoltare il filmato mi ha lasciato basito.

La domanda è sostanzialmente: quando Milano verrà coperta come Venezia e come la maggior parte delle città europee da una rete WIFI?

Innanzitutto va detto che tutto questo trionfalismo sulla copertura di Venezia non ha alcuna ragion di essere, la copertura è sul Canal Grande e in alcuni campi come si può vedere dalla mappa pubblicata dal comune.  Farla diventare la città più connessa d'Europa è un eccezionale lavoro di fantasia!

La "non" risposta del nostro sindaco, che di fatto ha detto solo che ci stanno pensando, ma non ha fornito alcuna previsione reale su quanto succederà nella nostra città dove, tra parentesi, anche la copertura al parco pare sia sfumata, la "non" risposta dicevo contiene delle affermazioni surreali.

Secondo la ineffabile Moratti la rete WIFI sarebbe una specie di ameba che parte da un punto e poi si allarga progressivamente, il Politecnico starebbe studiando dove mettere questa specie di "seme" per fare in modo che la rete germogli bene.

Francamente con tutta la buona volontà non riesco a capire il fenomeno.  Forse qualcuno dovrebbe fare sapere al sindaco che le antenne posso metterle dove voglio e, come logico, non addensarle, ma coprire aree strategiche.  A Parigi per esempio stanno installando quattrocento antenne, ma non si sono posti il problema del miglior punto per partire...

La Moratti ci insegna anche che esistono WiMax e trasmissione su linea elettrica.

WiMax non è particolarmente adatto all'uso mobile, nasce per collegare punti remoti difficilmente raggiungibili con fibra o cavo, del resto quanti di voi hanno WiMax sul proprio portatile?

Quella della connessione su linee elettriche è la comica finale: l'idea è quella di riempire la città di spine alle quali l'utente con un modem non pensato certo per essere portatile attacca la spina?  Lo sa il sindaco che per collegarsi bisogna essere sulla stessa fase del primo trasformatore, a meno che non vengano installati migliaia di accoppiatori?

L'entusiasmo per l'intervento della Moratti mi pare francamente piuttosto mal posto!

Innovatori... mah?



Ieri ho pubblicato una serie di critiche, credo abbastanza circostanziate e certamente garbate, alla Carta Etica Digitale.

Melica, promotore della stessa, non ha tempo per rispondere puntualmente, e non c'è nulla di male intendiamoci, ma trova il tempo per mettere in dubbio la mia serietà accusandomi di avere commentato una carta vecchia.

Dal momento che andare a mettere in dubbio l'etica delle persone è molto offensivo questa mattina dopo avere letto il messaggio su Facebook ho provato un grande disagio e sono corso a vedere come diavolo potessi essere incorso in un errore tanto grave.

Dunque gli articoli che commento sono stati presi dal sito degli "innovatori" alla deliziosa pagina stile "anni settanta" alla quale mi rimanda Google se cerco "carta etica digitale".

Ovviamente non mi è venuto il minimo dubbio che si trattasse del codice "giusto" anche perché è identico a quello che si trova cercando "carta etica ficara" sul sito di Michele.

Melica arriva su Facebook, dove mi ha dato pubblica lezione di etica, a insinuare "E' ipotizzabile che a seguito della tua frettolosa pubblicazione alcune persone abbiano ora un'idea negativa della CED?".


La cosa comica in tutta questa storia è che l'unica modifica che io riesco a vedere è all'articolo 10 che recitava:


Art.10 (Gratuità)
Chiunque produce e diffonde liberamente la propria conoscenza non è tenuto alla corresponsione di alcuna tassa o esser sottoposto a vincoli di controllo.

E ora, nella versione nuova recita:
Art.10 (Gratuità)
Chiunque produce e diffonde liberamente la propria conoscenza deve essere agevolato secondo il principio di sussidiarietà.

Sostanzialmente hanno avuti il mio stesso dubbio ed hanno tolto la assenza di vincoli di controllo, palesemente assurda.

Il resto è rimasto tutto uguale, uguali restano i miei dubbi...

Certo prima di innovare sarebbe forse utile imparare ad usare la rete imparando per esempio a cancellare le pagine morte invece di lasciarle in pasto ai motori di ricerca!

bob

martedì, novembre 24, 2009

Carta Etica Digitale Italiana, qualche dubbio...



 Da qualche tempo gira in rete un codice etico che a me lascia qualche dubbio sia in relazione alla sua utilità e opportunità, sia nella sostanza di alcuni degli articoli.

Francamente io penso che la rete, che altro non è che uno strumento di comunicazione e di accumulo di sapere, non abbia bisogno di un codice etico speciale, in rete dovrebbero valere l'etica e le leggi che già ci sono e che regolano la civile convivenza.

Leggendo il codice proposto la prima domanda che viene spontanea è: chi aderisce?

Un codice etico come lo definisce Wikipedia "Il termine codice etico, definisce in sintesi quell'insieme di principi di condotta che rispecchia, in riferimento a un determinato contesto culturale, sociale o professionale, particolari criteri di adeguatezza e opportunità."

Sottoscrivendo il codice ci si impegna a rispettarlo, ma leggendo il codice proposto si trovano articoli che dovrebbero essere sottoscritti da utenti, articoli che regolano il comportamento di fornitori di servizi e addirittura articoli che si riferiscono a governi.

Riporto qui di seguito gli articoli che non ho capito.
Art.4 (Rispetto)
Chiunque nell’utilizzo di Internet e’ chiamato al rispetto della risorsa tecnologica nell’interesse proprio e della collettività.
Cosa vuole dire rispettare una risorsa tecnologica? Non spammare? Non spedire file troppo grandi in modo da non intasarla?

Stupisce un codice etico dove ci si impegna a rispettare una tecnologia, ma non si dice nulla del rispetto che si deve portare alle persone.
Art.5 (Verifica)
Chiunque nella diffusione di informazioni deve accertare e verificare, prima delle divulgazione delle stesse, la veridicità della fonte.
 In rete io sono libero di raccontare la prima cosa che mi viene in mente, a patto che non sia lesiva della libertà e dei diritti di qualcun altro.  Posso benissimo raccontare bugie esattamente come posso fare al bar con gli amici.  Che senso ha impormi il controllo delle fonti?

Voglio fare un filmato che dimostri che questa mattina sono passati due asini volanti qui in corso Buenos Aires?  Sono liberissimo di farlo, il controllo delle fonti sarà un problema del giornalista che riprende la notizia, lui si è tenuto al controllo delle fonti!
Art.7 (Anonimato)
Chiunque può ricorrere a sistemi di anonimizzazione etica qualora il Governo del proprio Paese ponga in atto azioni lesive verso i diritti e le libertà fondamentali dell’uomo.
 Questa è la fiera della ingenuità.  Un governo canaglia che pone in atto azioni lesive dei diritti dei propri cittadini secondo voi sottoscriverà mai un codice etico?

Questo articolo è anche molto pericoloso perché pone le basi alla apertura a un anonimato anche nei confronti della autorità giudiziaria che è l'ultima cosa della quale la rete ha bisogno.
Art.8 (Compilazione)
Chiunque scrive ed esegue un codice o un algoritmo informatico deve rispettare i diritti personali e patrimoniali altrui.
 A parte l'uso misterioso del termine "compilazione" cosa diavolo vuole dire "scrive ed esegue codice o un algoritmo informatico"?

Dunque il codice è sempre l'espressione di un algoritmo (algoritmo informatico non vuole dire nulla) che trasformato in programma viene eseguito e da luogo, per esempio, a un servizio.

Proporrei di sostituire la cosa con "chiunque eroga un servizio in rete".

Compilazione in informatica è l'operazione che trasforma il codice in un programma eseguibile.  Se prendiamo questa accezione stiamo dicendo che la regola vale per i linguaggi compilati e non per quelli interpretati?  In Javascript sono libero di fare quello che voglio, se uso Java sono tenuto a rispettare questo articolo?
Art.9 (Standard)
Chiunque scrive ed esegue un codice o un algoritmo informatico deve porre ogni azione affinchè sia possibile garantire l’interoperabilità dei sistemi.
 Perché mai se realizzo un servizio in rete ne dovrei garantire la interoperabilità, che tra l'altro andrebbe meglio definita?

Se lo voglio posso decidere di fare un servizio blindatissimo che non parla con nessuno: cosa ci sarebbe di non etico in questo? Il servizio è mio e lo realizzo come voglio, sarà nel caso poi il mercato a punirmi se la interoperabilità era un requisito importante.
Art.10 (Gratuità)
Chiunque produce e diffonde liberamente la propria conoscenza non è tenuto alla corresponsione di alcuna tassa o esser sottoposto a vincoli di controllo.
Nessun vincolo di  controllo?  Stiamo scherzando?  La rete come ogni altro strumento di comunicazione deve essere sottoposta ai controlli previsti dalle leggi.


Se passasse l'idea della assenza di controlli potrei mettere in linea un bel sito pedofilo o razzista e nessuno mi dovrebbe dire nulla?


Io non credo serva un codice etico, ma se lo vogliamo fare almeno facciamolo logico, comprensibile e mirato: lo stesso codice di comportamento non può valere per me, per Google e per il Governo perché facciamo cose molto diverse con diverse prerogative.


Aspetto un commento di chi ha proposto il codice...


bob



domenica, novembre 15, 2009

Il comune senso del pudore?



La storia di italia.it sta assumendo contorni surreali.

L'iniziativa in due anni e con spese invereconde ha partorito una schifezza di sito: oltre che essere vuoto, disomogeneo, inconcludente e disegnato malissimo, ha anche un sacco di errori. Vi sfido a trovare un albergo a Milano nella fascia superiore e 160 euro per notte. Si cade in un loop infernale...

Se un mio studente portasse un sito del genere decisamente non passerebbe l'esame!

Il nostro ineffabile ministro del Turismo, evidentemente male informata, ha avuto anche il coraggio di dire che il sito ha "un sacco di click". Già Mantellini pubblicò un impietoso confronto tra il suo traffico e quello del sito del turismo, questa mattina ho preso due siti analoghi a caso, la Spagna e la Nuova Zelanda, ed ho cercato i dati su Alexa, credo che si commentino da soli: il sito italiano ha accessi solo in occasione delle relative polemiche e praticamente solo dall'Italia!


C'è chi ha criticato il nostro ministri per le autoreggenti in vista e per il generoso decolletè, ma credo che la spudoratezza stia altrove...

bob

lunedì, novembre 09, 2009

Il blog non sarà morto, ma di certo non sta molto bene...


Dello stato di salute del fenomeno Blog si parla in modo sempre più insistente.

Personalmente ho la netta sensazione che il fenomeno dia un poco in crisi, o meglio che si stia stabilizzando dopo il primo periodo di eccitazione al suo giusto livello.

L'altro giorno guardavo l'oramai da tutti dimenticato Blogbabel.

Quello che penso di di queste statistiche lo ho più volte illustrato: non hanno alcun senso! L'uso del link è assolutamente fuorviante.

Per capire meglio il fenomeno mi sono preso la briga di andare a vedere nei primi dieci blog della classifica quante citazioni avessero avuto i post più citati e quanto fossero vecchi.

Il diagramma in cima al post riporta il numero di citazioni, il diagramma qui sotto la vecchiaia in giorni del post più citato.



Il fatto che ci si trovi di fronte al declino del fenomeno blog mi pare ovvio osservando l'età, mediamente altissima, del post più citato in ogni blog.

Il grafico del numero di citazioni ci dice che si può entrare nelle classifiche anche con pochissime citazioni e che l'algoritmo è molto sensibile, forse troppo, alla storia del blog.

(i dati sono quelli del 6 novembre 2009)

sabato, novembre 07, 2009

Scuola di Internet per ultra cinquantenni anche ad Ancona!



La settimana scorsa abbiamo aperto a Bari, quella prima a Napoli e abbiamo già una marea di iscritti!

La scuola è riservata agli ultracinquantenni, è completamente gratuita e i corsi durano un giorno. Internet base per imparare a navigare, internet più avanzata per chi si appassiona e poi corsi di un giorno sui vari prodotti Microsoft, sull'home banking, su Facebook, su come farsi un blog.

In dieci anni 35.000 alunni sono passati sui nostri banchi!

Giovedì 12 novembre siamo ad Ancona per aprire un nuovo Intenret Saloon con i nostri partner:

Oltre che seguire corsi è possibile, prenotando, venire nella nostra palestra per esercitarsi avendo di fianco uno dei notri tutor che può dare una mano in caso di difficoltà.

I corsi sono seguitissimi oltre che a Milano anche a Pavia, Sondrio e Catania.

Il Saloon di Ancona è nel centralissimo Corso Stamira al numero 46.

Giovedì prossimo, 12 novembre, alle ore 12 lo inauguriamo con nonni e autorità, se qualche blogger vuole venire mi farà molto piacere bere un aperitivo con lui dopo la breve cerimonia di presentazione del progetto.







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Qualche esperimento...