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sabato, agosto 07, 2010

Eco, gli ebook e i blogger...


Questa mattina vedendo il titolo di un post di Mantellini mi sono molto incuriosito e mi sono letto "La bustina di Minerva" che Massimo considera tanto imbarazzante.

Devo dire che la definizione di "imbarazzante" e il dileggio sottinteso dal titolo mi sono sembrati tutto fuor che giustificati.  La bustina contiene qualche imprecisione, ma molti spunti a mio modo di vedere interessanti.

Ogni tanto mi sembra che sui blog e sui social, che non dimentichiamolo rappresentano una piccola frazione del mondo reale, si tende a un comportamento di branco: tutti cominciano a ripetere una cosa e la danno per scontata pensando per questo di non doverla più motivare.

E' successo per esempio con la teoria della "coda lunga", smentita dai fatti, ma ancora sulla bocca di tutti.  Succede quando a McLuhan viene attribuita la frase, completamente idiota, "il medium è il messaggio" dimenticando le altre duecento e passa pagine del suo libro. Succede quandi si decreta la morte dei giornali cartacei e, con un evidente, ma improbabile, meccanismo di induzione anche la morte imminente del libro cartaceo.

La fine del libro cartaceo è tutto fuori che certa, personalmente quelli che la propugnano mi ricordano quelli che ancora prima che apparissero i personal computer parlavano di un futuro fatto di uffici senza carta, paperless.  La cosa non si è verificata e il documento cartaceo vive, e vivrà ancora a lungo, vicino a quello digitale.

Credo che lo stesso succederà per i libri.

Personalmente ritengo che la tavoletta tipo Kindle, io credo in oggetti specializzati e leggeri e non in macchine generaliste, sia insuperabile per la consultazione di un vocabolario o di un manuale, che sia ottima per leggere un giornale o un romanzo, ma che sia pessima per studiare perché lo studio non è un processo lineare.

Su tre cose Eco credo sbagli.

Sbaglia pensando che su quelle che lui chiama tavolette vadano solo i libri "usa e getta" perché si possono leggere benissimo anche libri imprtanti e la immaterialità non ne sminuisce certo la durata.  Se io lascio un libro in treno lo posso dare per perduto e non mi resta che acquistarne un altro, se perdo il mio Kindle posso continuare a leggere dall'iPhone o dal PC e una volta comperato un altro Kindle ricaricare in pochi minuti tutti i miei libri.

Sbaglia dicendo che sotto l'ombrellone il libro è più comodo: probabilmente non ha mai provato un lettore a carta elettronica e se c'è una situazione nella quale la tavoletta è insuperabile è proprio il viggio.  Io sto per partire e tutte le mie letture sono già nello zaino, leggerissime.

Sbaglia affermando che le nuove tecnologie si affiancano sempre alle vecchie e non le fanno sparire.  Dipende dalle tecnologie: il telegrafo è morto, il ciclostile è morto e le carrozze sono solo nei musei e nelle piazze di pochissime città.  Non è una regola generale, ma nel caso del libro anch'io sono propenso a pensare ad un affiancamento che durera moltissimi anni, sempre che mai finisca.

bob

domenica, gennaio 10, 2010

Being there...



Leggo questa mattina il riferimento di Mantellini a un interessante post di Galatea che mi ha particolarmente colpito.

 Galatea, che secondo me scrive molto bene, meglio della maggior parte delle blogstar nostrane, con una interessante e sottile argomentazione tra satira e sensazioni in buona sostanza lamenta che nel nostro paese non si verificherebbe il passaggio di un blogger dallo scrivere per hobby alla scrittura professionale di successo e con un indotto di notorietà.

Ebbene innanzitutto va detto che la cosa succede ed è successa: ci sono blogstar che fanno un mestiere che non ha nulla a che fare con l'argomento del loro scrivere (di alcuni non si sa bene se esercitino una qualsiasi professione) che vengono invitati a scrivere su importanti giornali, che vanno in radio e in televisione e che vengono definiti "guru" (qualsiasi cosa voglia dire) ai convegni.

La cosa, in Italia come altrove, è per logici motivi rarissima sia in Italia che all'estero.  Le persone che desiderano scrivere superano di molti ordini di grandezza le pagine disponibili nelle pubblicazioni: la cosa è stata molto ben descritta da Eco quando ne "Il pendolo di Foucault" coniò il termine APS, "a proprie spese".

Il fenomeno è strano.  Se a una cena dici di essere un giornalista almeno una persona che salta fuori a dire "fammi scrivere qualche cosa" c'è sempre.  Quello che faccio fatica a capire è perché quando il tuo vicino di tavolo racconta di essere un cardiochirurgo nessuno si azzarda a chiedere "mi fai operare?". Questa è però un'altra storia...

Delle migliaia di persone che vorrebbero scrivere la stragrande maggioranza ha poco da dire o non sa scrivere, ma certamente una percentuale significativa è fatta di persone che sarebbe molto interessante leggere.  I blog, e le altre forme di pubblicazione a costi marginali offerta dalla rete, hanno reso possibile che anche queste si possano esprimere, annegate però in un mare di ciarpame utile solo alla gratificazione dell'autore.

Come succede che qualcuno emerga ed entri nel mondo descritto da Galatea?

In buona parte la cosa è dovuta al caso, ad essere, come Chance il giardiniere nel bellissimo film di Peter Sellers, nel posto giusto al momento giusto. L'amico giusto può essere determinante per fare emergere qualcuno dalla massa.

Elemento fortemente distorsivo del fenomeno è il fatto che proprio quelli che invitano i blogger a trasmissioni e convegni lo fanno spesso utilizzando una classifica basata su un meccanismo assurdo.  A questo si aggiunge oggi un momento di chiara stanchezza del fenomeno.

Scrivere un blog è sicuramente un esercizio personale interessate perché spiegare qualche cosa per iscritto è uno dei modi per capire bene le cose, ma non va considerato un trampolino di lancio.

mercoledì, settembre 23, 2009

Lettera aperta di un lettore sciocco a Riccardo Luna, direttore di Wired, con una domanda anche per Mantellini...



Caro Riccardo,
dopo la tua "non" risposta in rete, ho letto "Effetti collaterali" su WeWired, mi è sembrato un interessante preludio a una vera risposta sulla rivista, doverosa visto che almeno un centinaio dei tuoi lettori aveva sollevato critiche e quesiti sul numero che osannava ai benefici del Ritalin senza nemmeno per sbaglio indicare i, prevalenti, problemi.

Liberiamo innanzitutto il discorso da un potenziale equivoco: Mantellini in un post che tu hai molto apprezzato mi da del moralista. In questo momento sto fumando un Antico Toscano, sto bevendo un bicchiere di delizioso assenzio e sono in linea di massima un antiproibizionista.

Il succo del mio discorso è che, soprattutto quando si parla di farmaci poco conosciuti, l'informazione deve essere completa, la gente deve sapere a cosa va incontro e poi visto che la vita è sua decide da sola, basta che non cada poi in comportamenti antisociali come guidare sotto effetto si alcool o droghe.

Non ricevendo, come al solito, la rivista che dopo almeno dieci giorni dalla uscita in edicola, ne ho comperato una copia e mi sono messo in poltrona per leggere, finalmente, la doverosa risposta ai numerosi e articolati quesiti che molti dei tuoi lettori ti hanno posto.

Quando mi sono accorto che la risposta non c'era devo dire che sono rimasto basito.

Il misero trafiletto di risposta titola: "Il dito, il/la Luna e il Ritalin".

Come certamente sai il proverbio cinese recita: "Quando il dito indica la luna lo SCIOCCO guarda il dito".

Non sarà la prima ne l'ultima volta che qualcuno mi da dello sciocco, ma qui credo valgano la pena alcune considerazioni.

Ti rispondo con un altro proverbio, questa volta non cinese, ma veneziano: "Xè peso el tacon del buso", per i foresti: è peggio il rammendo del buco!

Come linea editoriale insultare i propri lettori solo perché contestano un pezzo della rivista a me sembra poco pagante, come peraltro mi sembra assurdo vantarsi di sessantamila abbonamenti regalati, visto che quanto abbiamo pagato non credo copra le spese di spedizione, ma queste sono decisioni solo vostre ovviamente.

Ti sostieni l'articolo essere corretto perché voi avete raccontato una cosa vera e che di conseguenza chi non lo ha capito è uno sciocco.

Su questo hai ragione, il problema è che quando si parla di certe cose non basta che l'informazione sia vera, l'informazione deve essere completa sopratutto quando parli di cose che qualcuno potrebbe non conoscere. Se aveste detto che la cocaina da grandi risultati nella potenza sessuale trascurando di dire che alla fine se tutto va bene ti fa uscire di senno sarebbe stato atteggiamento certamente poco corretto, ma almeno tutti sanno che fa male. Il Ritalin se ne sta in una elegante scatola nel ripiano di tutte la farmacie, lo prescrivono i medici, molti non hanno la minima idea del pericolo che corrono!

Vedo che continui con la affermazione un poco puerile che sostiene che l'articolo della Talbot costituisce il completamento della apologia della droga scritta da Morozzi e strillata in copertina: la cosa è doppiamente stupida perché innanzitutto non ha senso pretendere che per avere una informazione corretta la gente debba leggere tutta la rivista e in secondo luogo perché affermare che l'articolo della Talbot metta in giusta evidenza i pericoli è FALSO! Io sfido chiunque a leggerlo e con onestà intellettuale affermare che mette in risalto i pericoli almeno con lo stesso peso che da ai supposti benefici. In un passo arriva addirittura a definire "minimi" gli effetti secondari!

A questo proposito ti cito quanto scritto da un mio lettore che non conosco, ma che ha dato ai due articoli la mia stessa interpretazione:


frap1964 ha detto...

Ho letto con ritardo il pezzo di Morozzi.
L'idea che se ne trae, è che dopo 6-7 gg. di assunzione, si ottengono effetti di resistenza alla fatica molto simili alle anfetamine.
Per quanto riguarda Talbot sulla neurostimolazione riporto testuale:
"Ti aiuta a tenere duro per qualche ora se vuoi finire la contabilità, quando vorresti solo crollare sul letto; ti fa prendere un 28 invece di un 26 all'esame di un corso... ; ti fa ingozzare di test per l'ammissione ai corsi post laurea la notte... " per non parlare del resto della chiosa.
Non ho effettivamente trovato chiare indicazioni sugli effetti collaterali.
Nel complesso trovo la presunta indagine fortemente lacunosa e potenzialmente pericolosa per le conclusioni tratte.


Interessante anche la visione di Daniele Aprile.

Più avanti affermi che queste droghe funzionano. Una affermazione del genere equivale a dire che se desideri volare buttarsi dalla finestra funziona, dimenticando di dire che funziona fino a quando la accelerazione di 9.8 metri al secondo per secondo ti fa completare lo spazio che manca tra te e il marciapiede!

Scusa Riccardo, ma se tu come affermi sai che il Ritalin non fa diventare più intelligenti perché mai hai titolato "Io, genio in sette giorni".

Nella pagina seguente Morozzi risponde alla critica di chi ha osservato che nel pezzo afferma di avere tranquillamente guidato sotto l'influsso di sostanze stupefacenti che tra l'altro, come racconta nel pezzo, a lui fanno un effetto molto pesante.

Morozzi afferma di non essersi sentito in pericolo perché il tratto di strada era breve.

Dunque io ho cercato con cura sul codice della strada e la voce "guida permessa sotto l'influsso di sostanze stupefacenti per brevi tratti" non la trovo, se c'è per favore segnalamela.

L'affermazione è però abbastanza grave perché anche in quelle poche centinaia di metri avrebbe potuto incontrare un bambino che attraversa di corsa la strada correndo dietro a un pallone come qualche volta i bimbi fanno. Riccardo se fosse stata tua figlia a trovarsi nella traiettoria di una macchina guidata da una persona con i riflessi alterati ne saresti stato contento? Avresti considerato una attenuante il fatto che il guidatore avesse guidato solo per un chilometro.

Poi scusami, ma trovo la scusa si Morozzi un poco ridicola. Dunque lui avrebbe come doveroso passato sette giorni con gli effetti neurologici forti che dichiara astenendosi, come è logico dal guidare. Poi una sera dovendo andare a cinque minuti a piedi da casa ha pensato bene di prendere la macchina? Bizzarro!

Segue una pagina di citazioni da Twitter, ma di una tua vera risposta a quelli che anche lì ti pongono precisi quesiti nemmeno l'ombra. A proposito mi diresti per favore dove diavolo io avrei mai detto in Twitter la frase che mi attribuite, sbagliando il mio nome, ma questa è una abitudine? Quella frase fa parte di una articolata lettera che io ho scritto sul mio blog, estrarre una frase e farla passare per un Tweet non è corretto!

Mi piacerebbe tanto una tua vera risposta, ma non ci spero tanto oramai...

Il tuo sciocco lettore

roberto dadda

PS Una domanda per Massimo Mantellini, già postata sul suo blog, ma passata inosservata.

Tu hai dato l'unica vera risposta alle obiezioni portate da molti alla opportunità dell'articolo sul Ritalin, dichiaratamente apprezzata da Luna, dove sostieni in buona sostanza che un articolo può benissimo essere incompleto perché ci dobbiamo fidare della capacità del lettore nell'integrare poi la informazione da altre fonti elaborando una sua idea.

Pochi giorni dopo dai addirittura dello sciacallo a Felice Manti definendo il suo "stile del peggior giornalismo".

Di cosa è reo Manti? Ha raccolto in rete alcune ignobili, ma verissime, reazioni alla morte dei nostri soldati in Afganistan ed ha scritto un articolo dicendo banalmente "in rete dicono questo" e dimenticandosi di dire che la rete è fatta per la maggior parte di persone normali che certe idiozie non pensano nemmeno di scriverle.

Ma come quando io dico che l'informazione ha il dovere di essere completa mi dici che sono moralista e poi ti scagli contro questo signore proprio per la incompletezza della sua informazione?

Dove sta la logica?

Ho cambiato solo una parola e la logica resta ancora intatta:

Secondo me il punto e’ che dato un qualsiasi farmaco, qualsiasi, in cinque minuti in rete il giorno successivo e’ possibile rintracciare una qualche testimonianza manifestamente folkloristica/improbabile/odiosa/demenziale ecc. E’ quindi possibile ricostruire sui media un panorama artificioso, specie quando non si tiene minimamente in conto della rilevanza della fonte citata.

massimo mantellini



domenica, settembre 13, 2009

Caro masssimo...


Massimo Mantellini, in un suo recente post a proposito delle discussioni nate dalla pubblicazione dell'articolo sulla assunzione sperimentale di Ritalin apparso su Wired Italia, mi mette nella schiera di quelli che hanno del giornalismo una visione "classica", "moralista" e "catechizzante" mentre mette Luna, direttore di Wired dalla parte di chi fa un giornalismo moderno che adotta il motto "giù le mani dal lettore".

In realtà a me non è proprio chiaro chiaro da che parte stia Mantellini: che afferma che "Wired di una trovata del genere poteva tranquillamente fare a meno." e poche righe dopo "Se cosi’ stanno le cose bene ha fatto il mensile diretto da Riccardo Luna a suggerire a Gianluca Morozzi di cimentarsi nella cronaca del proprio dubbio infurbimento farmacologico:".

Io sono sostanzialmente d'accordo con Massimo: il giornalista dovrebbe esporre dei fatti e dare un suo parere o riferire se vuole quello di altri lasciando poi che sia il lettore a farsi una sua opinione.

Il problema è che la informazione che si deve dare deve essere COMPLETA. Luna quando dice che le indicazioni tipo "don't try this at hone" ci sono fa una affermazione che a me pare misteriosa, mi viene da chiedere se stiamo parlando dello stesso articolo.

La copertina, vista nei manifesti delle edicole da milioni di persone che non hanno comperato poi la rivista, è una pura apologia del farmaco e dei suoi effetti mirabolanti. L'articolo mette nel lato positivo della bilancia il diventare improvvisamente un ottimo oratore e lo scrivere un libro in quaranta ore, sul lato negativo la secchezza delle fauci, il naso che cola e termina con la preghiera di non dirlo al suo editore per evitare che lo chiuda in una stanza a scrivere.

Dove sono gli accenni alla pericolosità del farmaco?

Questo lo ha capito probabilmente anche Luna che nella sua risposta fornisce come unica giustificazione "il combinato disposto Morozzi-Talbot non facesse emergere la pericolosità di certe scelte". A parte il linguaggio stranamente legale pensare che per forza un lettore debba leggere tutti gli articoli del giornale mi sembra un tantino naif! In ogni caso è vero qualche vago accenno ai pericoli nel pezzo della Talbot è riportato, il messaggio positivo è però largamente preponderante e non c'è il MINIMO accenno agli effetti collaterali!

Una informazione serie avrebbe affrontato l'argomento innanzitutto evitando l'esperimento che non porta nulla se non qual sensazionalismo che nelle speranze di Luna ha portato qualcuno a comperare il giornale vedendo la copertina. Si sarebbero potute elencare informazioni sugli indubbi effetti positivi di questi farmaci, si sarebbero potute portare testimonianze di assuntori, ma sarebbe stato DOVEROSO riportare con eguale evidenza tutti i possibili effetti collaterali che farmaci del genere, in misura più o meno marcata, presentano.

Dopo avere dato questa informazione completa, e solo dopo averla data completa, il lettore ha modo di decidere cosa scegliere.

Il tuo esempio della TV Jackass non regge per il semplice motivo che mentre tutti sanno cosa sia una frattura molti non hanno la minima idea di cosa sia il Ritalin, della sua pericolosità cardiovascolare e dei problemi che potrebbe portare e diconseguenza possono prendere strade sbagliate come quella di correre a comperarlo in rete e provarlo non perché sono cretini, ma perché hanno ricevuto un messaggio distorto.

Questo si combatte, a mio modo di vedere, non con la morale o con la catechizzazione, ma solo con la buona e completa informazione: fai quello che vuoi, ma solo dopo avere saputo esattamente a cosa stai andando incontro.

Vedi Massimo sarebbe come se a qualcuno venisse in mente di fare un articolo sugli effetti benefici del Cortisone. Come tu ben sai Kendal (il signore con i capelli bianchi nella foto) lo ha scoperto indagando sulle motivazioni per le quali i piloti tedeschi e i Kamikaze giapponesi nell'ultima guerra assumessero estratti surrenali bovini per combattere meglio. Ne venne fuori l'ormone che il nostro organismo secerne sotto stress. Il farmaco sembrava fantastico, faceva bene a tutti e a mille patologie, i pazienti si sentivano subito meglio e si cominciò a somminsitrarlo come piovesse salvo poi incappare nei numerosissimi e spesso gravissimi effetti collaterali e limitare l'uso solo a quando il rapporto beneficio danno ha senso.

Ebbene secondo te sarebbe serio somministrare un bel Flebocortid tutte le mattine a un signore (che tra l'altro correrebbe, se si limitasse la cosa a una settimana, molti meno rischi di quanti ne abbia corsi Morozzi), per fargli raccontare come sta bene e dimenticarsi di segnalare che ci sono anche effetti collaterali?

Io penso non si debba ne catechizzare, ne fare la morale a nessuno, penso però che quando si parla di cose così potenzialmente pericolose l'informazione debba essere completa ed esplicita, poi sono d'accordo, ognuno sceglie cosa fare.

bob

PS Ti confesso, Massimo, che sentire dire da te, medico, "Se cosi’ stanno le cose bene ha fatto il mensile diretto da Riccardo Luna a suggerire a Gianluca Morozzi di cimentarsi nella cronaca del proprio dubbio infurbimento farmacologico:" mi lascia un poco sconcertato. Tu davvero pensi che abbia un senso comperare al mercato nero un farmaco tanto pericoloso e fornirlo a qualcuno? L'articolo dice "cavia per Wired", "ho accettato di sottopormi all'esperimento". Io non me ne intendo di cose legali, ma temo che per la cessione, anche gratuita, di un farmaco del genere a qualcuno perché lo provi, per di più pagandolo, il codice penale usi una gran brutta parola, ma lascio queste considerazioni a chi ne sa più di me...

sabato, luglio 25, 2009

Quando la preocupazione sulla privacy diventa paranoia...


Questa mattina scorrendo i post nel mio aggregatore ho trovato un post di Mantellini che segnalava un invito della Electronic Frontier Foundation: mandiamo una lettera a Google per segnalare che non ci piace che quando navighiamo in Google Libri vengano raccolte informazioni sui volumi ai quali siamo interessati.

In un primo momento la cosa mi è piaciuta e stavo per mandare anch'io la mia email, ma poi ci ho pensato un poco ed ho capito che ero stato colpito anch'io dalla sindrome del pugile suonato della quale ho parlato qualche giorno fa.

In primo luogo ho pensato che se fossi al posto di Google risponderei "caro signore si tratta di un servizio gratuito e nessuno la obbliga a usarlo, lo cancelli dal suo elenco dei preferiti, le assicuro che ce ne faremo una ragione".

Ragionandoci bene viene fuori che io affido a Google tutta la mia posta e i relativi allegati, il mio calendario, l'elenco dei miei contatti e le mie ricerche in rete e mi dovrei fare un problema perché registra i libri che vado a consultare?

La cosa ha del paranoico.

Ma perché mai, infine, ce la prendiamo con Google che ci vede su Google Libri come utenti non identificabili e poi tranquillamente comperiamo da Amazon che ci chiede di identificarci con la nostra carta di credito senza farci alcun problema?

bob

sabato, novembre 22, 2008

E lo spazzino divenne "operatore ecologico"...

Cinque secoli prima di Cristo Socrate ad Atene intratteneva discepoli e colleghi sulla piazza, veniva proposto un argomento che era poi discusso e sviscerato. Probabilmente la cosa non nasce in Grecia: a me per esempio piace pensare agli illuminati indiani che giuravano il paese con la ciotola per il riso e che si fermavano a discorrere con i contadini.

Questa cosa mi è venuta in mente ieri leggendo su Nova 24 l'articolo di Mantellini che racconta dei Nanosocial bizzarri incontri dove 19 invitati parlano per 17 minuti di un argomento qualsiasi e ne discutono per 13 minuti con gli altri 18 adepti. Anche a voi viene voglia di giocarli al Lotto?

Qualcuno sembra convinto che si tratti di qualche cosa di nuovo nato dalla spinta dal basso che caratterizza quella che abbiamo identificato con il fumosissimo termine di WEB 2.0.

A parte in numeri fantasiosi, verrebbe più normale pensare a 20 minuti per intervento e non farebbe alcuna differenza, francamente mi chiedo cosa diavolo ci sia di tanto nuovo in questa formula.

A parte la già citata scuola di Atene, i Raggi di Gioventù studentesca ideati da don Giussani negli anni sessanta funzionavano esattamente nello stesso modo con l'idea di dare la possibilità anche ai più timidi di dire la loro senza essere sopraffatti dai più estroversi.

I foocamp dai quali poi sono nati i barcamp funzionavano in modo molto simile, erano su invito e a numero chiuso.

In realtà a pensarci bene il Nanosocial non è per nulla diverso da quello che succede ogni sera nei "Bar sport" sparsi ai quattro angoli del pianeta terra.

Del resto i seminari li facciamo da sempre e non c'è congresso che non preveda manifesti e sessioni brevio a tema libero oramai da anni.
Personalmente, ma questo probabilmente è un mio limite, l'idea di muovermi per andare a sentire discorsi di ignoti su argomenti non noti a priori con una discussione con tempi che se l'argomento è interessante possono essere pochi, ma che per argomenti pallosi possono essere interminabili, non mi attira per nulla. Del resto il motivo per cui considero chiusa la mia esperienza con i Barcamp è la eterogenicità degli argomenti e l'ordine spesso casuale. Ovviamente un parere del tutto personale che nulla toglie al piacere di incontrare vecchi amici.

Francamente mi pare che questa mania di considerare tutto quello che viene dalla rete nuovo ed accezionale dando nomi nuovi a cose vecchissime sia un poco fuorviante.

L'operatore ecologico fa le pulizie come il vecchio netturbino, la COLF fa la cameriera e l'unità cinofila resta un cane lupo!

bob

domenica, luglio 20, 2008

L'ultimo libro di Nicholas Carr io lo ho trovato mediocre!


Qualche giorno fa commentavo la recensione pubblicata si Nova 24 dell'ultimo libro di Carr sottolineando qualche incongruenza.

In questi giorni ho letto il libro e devo francamente dire che, anche se quello che dice non è proprio identico a quello che ci ha raccontato Mantellini che probabilmente si è limitato a sfogliarlo, il libro è abbastanza mediocre.

Il parallelo tra applicazioni che vanno dalla macchina locale alla rete e passaggio dalla generazione di energia elettrica localmente e centralmente regge solo se non si entra nei particolari dove invece le differenze sono enormi: i due capitoli relativi potrebbero essere tranquillamente ridotti a un paio di paginette.

Ci sono analogie molto più adatte a descrivere il fenomeno: per esempio la musica che all'inizio era prodotta solo da orchestre presenti in loco (generazione di energia con pale idrauliche), poi si è passati al fonografo (generazione locale) e poi trasmissione via radio (utility).

Questa analogia oltre che essere più coerente dal punto di vista tecnologico ci dovrebbe dare anche un altro importantissimo insegnamento: a differenza di quanto è successo per la generazione di energia è molto probabile che non vederemo una radicale sostituzione dei tre modelli, ma una convivenza.

In altre parole avremo sempre applicazioni locali e applicazioni vendute come servizio attraverso la rete.

Intendiamoci non sto sottovalutando l'importanza della tendenza al passaggio dai pacchetti al software come servizio, credo sia una realtà importantissima e dal grandissimo futuro, sto solo dicendo che il fenomeno è un poco più articolato e complesso rispetto a quanto sembri ritenere Carr.

Google Documenti è diventato per esempio da molto tempo il mio elaboratore di testi di prima scelta e la introduzione di caratteristiche come i template credo renderà l'approccio sempre più interessante!

Non ho ancora capito se sia possibile scrivere i propri template, ma se non è così certamente lo diventerà presto ed allora il prodotto potrebbe davvero essere una alternativa efficacissima agli elaboratori di testi installati sulla macchina.

bob

PS Resta per me francamente un mistero come un giornale possa titolare "La connessione non è commodity" un pezzo che parla di un libro tutto incentrato sulla commoditizzazione della rete e come sia finito sul pezzo un sottotitolo che non ha nulla a che vedere con il testo del pezzo e con il libro che viene citato "Il web non è una infrastruttura neutra, ma influenza i contenuti".

domenica, luglio 13, 2008

La connessione E' commoditizzata!


Tra un viaggio e l'altro alla fine di giugno sono passato da Milano ed ho tenuto la sessione estiva di esami di Web Design per i miei ragazzi.

A un certo punto si discorreva sulla "comoditizzazione" di alcuni prodotti e servizi legati alla rete ed alla informatica e sulle implicazioni nell'ecosistema dove si trova a lavorare un designer di siti. Una studentessa ha citato memoria e potenza di calcolo, io ho aggiunto la connessione.

"Prof la connessione no, non è una commodity!".

La risposta alla mia faccia stranita è stata una pagina di Nova24, l'inserto del giovedì de Il sole 24 ore che consiglio come lettura agli studenti: "La connessione non è commodity" recita il titolo, il sottotitolo "Il web non è una infrastruttura neutra, ma influenza i contenuti".

L'articolo è firmato da Mantellini, un blogger che propone di solito analisi acute.

Mi sono fatto dare una copia dell'articolo, una recensione del nuovo libro di Nicholas Carr, e me lo sono letto la sera più volte restando devo dire piuttosto sorpreso. Innanzitutto va detto che non c'è alcun legame logico tra il titolo e l'articolo: il testo parla del passaggio delle applicazioni da locali ad applicazioni centralizzate senza il minimo accenno alla commoditizzazione o meno della connessione.

Anche il sottotitolo sembra piovuto lì per caso perché non ha alcuna attinenza logica ne con il titolo ne tanto meno con il pezzo.

Dunque in senso stretto se si prende in considerazione la definizione formale di commodity nessun servizio si può dire commodity perché manca della caratteristica di essere accumulabile in un magazzino. Da tempo però anche quando un servizio passa dalla fase in cui ogni fornitore ha caratteristiche sostanzialmente diverse e prezzi molto diversificati alla fase nella quale i prezzi precipitano, si uniformano e diventa pressoché indifferente la scelta del fornitore si dice che ha subito un processo di commoditizzazione. I meccanismo di acquisto della connessione e della carta igienica, una tipica commodity, sono a mio modo di vedere sostanzialmente equivalenti.

Ebbene vediamo il titolo. La connessione che solo venti anni fa mi sarebbe costata cento milioni l'anno oggi la pago come un cappuccino e una brioche al giorno e se domani decidessi di cambiare fornitore avrei un servizio assolutamente sovrapponibile più o meno allo stesso prezzo: se questa non è commoditizzazione che cosa è commoditizzazione francamente non lo capisco.

Il sottotitolo. Comunque cerchi di girare questa affermazione non trovo una spiegazione ragionevole, qualcuno me la spiega. Continuo peraltro a non vedere alcun nesso tra questa affermazione, il titolo ed il testo, sembrano accopiati in modo casuale.

Dove sbaglio?

Anche il testo francamente mi lascia qualche perplessità ed è per questo che sono andato a comperare il libro di Carr, non lo ancora letto tutto, ma credo che l'accattivante parallelo tra reti elettriche e rete internet sia tutto nel Capitolo secondo.

Innanzitutto c'è un errore di traduzione nella citazione: Edison non ha definito li sistemi di illuminazione a gas "barbari e inutili", ma li ha definiti "barbari e inefficienti (wasteful)" cosa molto più logica perché definire inutile l'unico sistema con il quale si riusciva allora ad illuminare città e grandi ambienti sarebbe stato piuttosto stupido e Edison certo no era stupido.

Il parallelo tra passaggio da distribuzione della energia con il gas e con la elettricità non ha molto senso se riferito al passaggio da applicazioni locali e applicazioni centralizzate distribuite via web
: in un caso è un passaggio da una tecnologia ad un'altra, nell'altro si tratta di fare un uso migliore della stessa tecnologia grazie alla commoditizzazione della banda larga.

La analogia corretta è quella del passaggio da generazione locale a generazione contralizzata
, due fasi che hanno percorso sia la tecnologia del gas che quella della elettricità in modo assolutamente analogo: tutti hanno in casa un contatore del gas ed uno della luce elettrica! Del resto lo scritto di Carr da molto più peso a questa analogia, il discorso sulle lampade è pittoresco, ma poco significativo anche nel libro.

Anche la analogia tra generazione locale e centralizzata ha di fatto poco senso perchè la differenza tra meccanismi della rete e della elettricità sono profondamente e logicamente diversi. In realtà la rete nasce per condividere risorse di calcolo distribuite, il resto è venuto ben dopo: Google Documenti che fa lavorare insieme più macchine non è, per la rete,che un ritorno alle orgini !

Va anche osservato come Edison parlò molto bene, ma nei fatti non aveva la tecnologia per mettere in pratica la sua idea perché aveva scelto la corrente continua: generare, trasportare e consumare alla stessa tensione permette distanze di trasporto estremamente limitate! Per riuscire a distribuire in modo efficacie ed efficiente si dovrà aspettare un cambiamento tecnologico sostanziale con il passaggio alla corrente alternata.

A pensarci bene una analogia con il sistema di generazione locale di gas con i gasogeni seguito dalla distribuzione con generazione centralizzata avrebbe molto più senso.

bob

PS La foto di apertura è quella della Centrale di Santa Redegonda, la prima centrale Edison installata, dopo quella di Manhattan, a Milano alla fine dell'ottocento nella posizione in cui si trovano oggi La Rinascente ed il Cinema Odeon. La distribuzione a corrente continua oltre che essere per molte ragioni piuttosto pericolosa limitava il raggio di azione a poche centinaia di metri. Dal bel sito Storia di Milano di Gian Luca Lapini.

venerdì, maggio 30, 2008

I blog fanno schifo... Ma chi lo ha detto?

Un paio di amici mi hanno segnalato un post nel blog di Massimo che se la prende contro chi scriverebbe sui blog che i blog fanno schifo dicendo che probabilmente una delle pietre dello scandalo sarebbe il post nel quale io dichiaro le classifiche essere assolutamente inutili e fuorvianti e quello nel quale stigmatizzo la velocità con la quale molti blogger si meravigliano per cose assolutamente normali.

Il blog di Mantellini da un po' di tempo non lo leggo perché non mi piace che le discussioni finiscano spesso con la dichiarazione di rito del "tenutario": "il discorso si sta facendo inutile, non vale la pena perdere tempo". Preferisco leggere chi accetta il dialogo e la discussione.

Non so se davvero sono tra quelli citati, ma comunque vorrei fare qualche precisazione.

1) dove diavolo li ha visti Massimo tutti questi blogger che dicono che i blog fanno schifo? Io non li vedo, forse leggiamo blog diversi, sarebbe comunque molto bello se invece di sparare nel mucchio il nostro amico ce li citasse in modo che si possa capire anche noi.

2) chi lo dice che sarebbe sbagliato criticare i blog scrivendo su un blog? E' un poco come dire che un giornalista non dovrebbe criticare il sistema dei giornali, ci mancherebbe altro!

3) le mie critiche non sono sul fenomeno blog e sulla generazione di contenuti dal basso, cose che ritengo importantissime evoluzioni della comunicazione, le mie critiche sono sulle classifiche basate sui link che non hanno alcun vero significato. In altre parole non è che perché ritengo concorsi come Miss Italia essere assurdi va a finire che qualcuno si fa l'idea che a me non piacciono le signore...

bob

lunedì, aprile 14, 2008

E solo un altro canale di comunicazione!

Questa mattina leggevo l'intervento di Mantellini su Punto informatico dove parla della chiusura del blog del critico gastronomico Vizzani che aveva pesantemente criticato la copertina dedicata dal settimanale ai problemi della adulterazione del vino in Italia.

Personalmente anche io trovo la copertina aberrante e mi ha ricordato quella di Der spiegel di qualche anno fa con la pistola appoggiata sul piatto di spaghetti. La follia non sta tanto nel fatto che sia stata messa in edicola in corrispondenza al Vinitaly, ma nel fatto che mette assurdamente sullo stesso piano il vino adulterato con prodotti tossici con la violazione delle regole di produzione del Brunello con aggiunta di uve probabilmente ottime, ma non previste nel disciplinare del DOC. Credo che questa sia la idiozia che ha fatto vergognare Vizzari che ha criticato pesantemente la copertina, vergognandosene, e la copertina NON è una parte secondaria del giornale, è l'immagine che i settimanali portano di se in edicola tutte le volte che escono.

Francamente trovo assolutamente normale che un giornalista, dopo essersi di fatto dissociato dalla linea editoriale del giornale su cui scrive ed in particolare sulla posizione su un argomento che lui specificamente tratta, smetta di scrivere su quel giornale e sul blog che del giornale oramai è parte integrante. Vizzari da persona seria quale è ha ha offerto di andarsene e il direttore ha accettato: nulla di strano, cose viste e riviste! Tra l'altro non credo sia corretto affermare che L'espresso abbia chiuso il blog di Vizzari, più corretto sarebbe dire che Vizzari ha interrotto la collaborazione con il settimanale e di conseguenza il blog è stato tolto come è ovvio che succeda.

Francamente pensare che la "dissonanza" delle voci che un prodotto editoriale contiene diventi un valore perché la rete ha cambiato qualche cosa mi sembra un poco difficile. Giornalisti in disaccordo con l'editore ci sono sempre stati, basta pensare a Montanelli, e qualche volta sono stati tollerati per scelta editoriale, qualche volta se ne sono andati sbattendo la porta, nulla di nuovo dunque e nulla che l'evolvere dello strumento usato per comunicare può, a mio modo di vedere, cambiare.

La cosa che più mi ha colpito non è però legata al problema della copertina o delle dimissioni di Vizzari, ma è legata a questa frase di Mantellini che parlano della rete afferma:

Dimenticate quanti vi dicono che si tratta solo di un altro strumento di comunicazione
Visto che quest'anno ho cominciato il mio corso al Master di Design della Comunicazione del NABA con la frase "Non dimenticatevi mai che la rete altro non è che un canale di comunicazione" l'affermazione non mi poteva non colpire.

E subito dopo un'altra affermazione diametralmente opposta a quanto io percepisco:
la rete sta iniziando ad incidere nella determinazione dello scenario di fronte a noi come forse mai in passato è accaduto.
Se la rete non è un formidabile strumento di comunicazione cosa altro è?

Certo la rete è uno strumento di comunicazione e di condivisione delle informazioni che ha profondamente modificato le caratteristiche sia della comunicazione rendendola integrata, multimediale ed immediata, sia della condivisione rendendo possibile una evoluzione che vede tutti nello stesso istante possibili fornitori e fruitori della informazione, ma sempre strumento di comunicazione resta (condividere non è che un sottoprodotto di comunicare).

Il bisogno di generare contenuti non è certo cosa nuova, i giornaletti scolastici e le comunicazioni fatte con il ciclostile erano una espressione dello stesso desiderio in tempi nei quali le tecnologie non erano ancora sofisticate come lo sono oggi. I ricercatori hanno sempre generato contenuti con attività condivise anche tra laboratori molto lontani e forse non ci dovremmo dimenticare che l'idea stessa di WEB nasce proprio nel mondo della fisica per automatizzare proprio quel processo di condivisione.

La rete, come è sempre successo quando gli strumenti di comunicazione sono diventati via via più efficaci ed efficienti, sta certamente incidendo in modo molto marcato sulla vita non tanto di ciascuno di noi quanto di quelli che hanno la avventura di vivere in quella minoranza di mondo che sa che la rete esiste. Affermare che la influenza è grande come mai è accaduto mi pare un poco bizzarro.

La stampa prima, il telegrafo, il telefono e la televisione poi, hanno modificato lo scenario dell'informazione molto più di quanto non stia facendo la rete. Nel medioevo chi viveva in un luogo non si muoveva da lì per tutta la vita e pochissimo sapeva di quanto succedeva anche molto vicino a lui: la stampa e la successiva alfabetizzazione generalizzata hanno modificato questa situazione in modo assolutamente radicale.

Fino alla seconda metà dell'ottocento mandare un messaggio sulla costa orientale degli Stati Uniti richiedeva, se tutto andava bene, una decina di giorni e ricevere una risposta ne richiedeva altrettanti, poi furono posati cavi sottomarini telegrafici e i tempi si ridussero a poche ore, negli anni trenta con il telefono si ridussero ancora fino a pochi minuti: questi sono cambiamenti radicali e devastanti!

La caratteristica non tanto della rete, ma delle tecnologie di oggi non sta tanto nel fatto di essere radicali e devastanti rispetto a quelle di ieri, ma semplicemente nella velocità del cambiamento che è la vera novità.

Spesso quando si vive un fenomeno si ha la tendenza a sovra-enfatizzarlo e a ritenere di trovarsi di fronte a una cosa speciale e assolutamente nuova: qualche volta è vero, ma nella maggior parte dei casi si è vittime di quella che un mio professore chiamava "sindrome del primo bacio".

Forse una visione di insieme e un confronto ragionato con fenomeni equivalenti ci può dare una visione più reale de quello che succede intorno a noi.

Qualche esperimento...